Cavaliere, ora torni a stupire l’Italia

La democrazia e i partiti sono allo sbando: deve dare nuova linfa alla politica e guidare la destra di governo

Che cosa fa Berlusconi? Un amico mi dice: sta riposando. Un altro: aspetta che maturi il tempo del ripensamento popolare e della vendetta. Un altro ancora: non sa bene che fare, vuole essere leale con se stesso, con il modo scelto per uscire di scena, con il sacrificio delle dimissioni. Tot capita tot sententiae. Ma che può fare Berlusconi?

C’è ordine, c’è sobrietà, eppure se ne viene giù tutto lo stesso. Da un paio di mesi sembra possibile che un governo faccia delle cose e che queste cose vengano approvate dal Parlamento e diventino norma a beneficio del Paese, tra contrasti calcolati che abrogano i conflitti impossibili e paralizzanti del passato. I partiti che entrano in aperta crisi sono quelli di opposizione: la Lega, dove si fa a botte, e Di Pietro, che viene abbattuto da una sentenza della Corte costituzionale e non fa buon viso a cattivo gioco. La Camera ha appena avuto una resipiscenza di dignità, e ha respinto una richiesta d’arresto borbonica motivata con il contesto ambientale del fare politica in Campania. Però la crisi finanziaria galoppa in mezzo alle tasse, alle rinunce, alla recessione incombente, c’è aria di vuoto, di crisi, di silenzio imbarazzante oppure di mugugno, di insoddisfazione, e possiamo solo un poco consolarci per la retrocessione di quel grandissimo buffone di Sarkozy: mal comune, dolori per tutti, e per noi specialmente che abbiamo il rating del Perù.

C’è un manipolo di bestiali bugiardi che aveva convinto gli italiani, e perfino Berlusconi, della diretta correlazione tra le sue dimissioni e la ripresa dei rating del debito pubblico: sono tutti lì al caldo che pontificano ancora, mentre l’Italia è in mutande e nessuno risponde di quel che afferma. La Merkel ci fa molti complimenti, siamo di nuovo perbene, ma il risultato non cambia: la liquidità necessaria a contrastare gli aggressori di mercato non basta, è immessa in modo disordinato e non minaccioso, servirebbe battere moneta con la Banca centrale e sostenere il circuito dei titoli espressi in euro fottendosene di un paio di punti di inflazione e impegnandosi così, solo così, a politiche di sviluppo decisive per rompere la spirale dei tassi d’interesse e dei Pil asfittici, in caduta.

I partiti italiani sono in preda a una sindrome surreale. Appoggiano un governo che li esclude, fondato sulla negazione del diritto di voto, cioè del fare politica, ma al tempo stesso lo tollerano con le convulsioni, come un revulsivo che debba farli vomitare. Il governo d’altra parte è culturalmente costruito per ratificare la sospensione di credibilità della politica, ma con una classe dirigente di nuovo sottoposta ai raid del moralismo furioso, e con molte piccole magagne che spuntano o promettono sinistramente di spuntare (case, alberghi di lusso, compromissioni personali da crisi di regime, conflitti di interesse). Materiale per incendiari professionali, gli stessi dei casi Ruby e circonvicini.

Ecco che Berlusconi qualcosa potrebbe fare. Non la minaccia di staccare la spina, ma far correre una ventata di energia politica nuova, decisiva, necessaria. Dare un orizzonte alla politica democratica. Parlare, dire la verità. Impegnarsi per un patto di riforma serio del sistema, sollecitarlo, e costruire un orizzonte credibile e responsabile per la ripresa e il rilancio della democrazia offuscata. Berlusconi potrebbe fare del 2013 una scadenza felice, un’opportunità, potrebbe diventare il padre nobile della Repubblica a venire, e un coautore decisivo della salvezza nazionale e di una Europa della quale si possa pensare che non esiste solo per una astratta e punitiva disciplina fiscale. Perfino Bersani si è accorto con il solito ritardo che la cancelleria di Berlino sta scherzando con il fuoco.

In poche parole. La destra liberale italiana incarnata per tanti anni dall’anomalo leader Berlusconi potrebbe diventare una destra di governo per il futuro. Grazie a lui stesso, all’anomalo leader che ha compiuto e sancito la parabola della sua anomalia andandosene e lasciando il passo al governo tecnico. L’aria che tira è chiara. Riprendiamo a far casino, facciamo rimontare in modo confuso l’ondata protestataria, facciamo polpette del governo Monti, distruggiamo in cupa allegria il nuovo quadro, e poi alla battaglia, tutti uguali a come eravamo prima, e chi vivrà vedrà: l’inizio della tragicommedia lo fisseranno i sondaggi d’opinione. L’importante è continuare a cenare con Bossi, punire Maroni, fare squadra nella fortezza, e poi riprecipitarsi nell’abisso del già visto. Invece Berlusconi può stupire gli italiani una seconda volta, diventare il padre nobile, e forte, di una nuova e definitiva stabilizzazione, proporre lui una fase di coesione nazionale, e praticarla in nome delle riforme di sistema e di un progetto per il futuro. Alla fine quel pazzo è un vecchio saggio, e ora può farsi avanti.