Con il Cavaliere in pista la sinistra stramazza

Mostrandosi al solito il migliore sulla piazza il nostro Silvio ha assicurato che questa sarà una campagna elettorale accesa ma non infiammata, e ciò non solo per restituire dignità alla politica ma per preparare il terreno a una legislatura costituente. A questo punto le chiedo: per favorire il cambiamento ed instaurare un più solido clima di pacificazione non sarebbe opportuno che Berlusconi si facesse da parte lasciando il posto ad un altro esponente della Casa delle libertà?


Magari la prossima volta, caro Marchesi. Ora come ora deve essere il Cavaliere a condurre le danze. Lui in persona. In carne ed ossa. E deve riempire le città di manifestoni formato campo da tennis con la sua faccia e il suo nome bello in grande. Nome che sta alla sinistra come l’aglio ai vampiri. Li stramazza. E questo noi si vuole, caro Marchesi, e di questo la sinistra ha bisogno: di stramazzare. Di prendersi una bella lezione. Mi spiego: sono quindici anni che la sinistra politica, imprenditoriale, giornalistica, letteraria, cinematografica, canzonettistica e cabarettistica, che la sinistra blasonata e quella cialtrona, quella con a disposizione un cervello pensante e quella che nella zucca ha solo slogan e parole d’ordine, son quindici anni, dicevo, che dà addosso da matti a Silvio Berlusconi. Gli dà addosso scatenandogli contro i mastini delle Procure, la piazza, gli organi di informazione «democratici», le sciure dei salotti e delle terrazze romane, le Vladimir Luxuria e i bamba del girotondo. Non limitandosi a battere e ribattere che Berlusconi rappresenta il Male e il Peggio del Peggio, ma rompendogli gli zebedei con la bandana, i cactus, le squinzie sulle ginocchia, le ville di qui e le ville di là, lo stalliere, il riporto, il trapianto, le meches, il lifting, i tacchi, lo jogging in braghe bianche, le schitarrate con Apicella, le barzellette e i foulards a pois. E poi giù con il tormentone del conflitto di interessi buono solo per batterci la mazza della grancassa perché se avessero voluto, i governi di sinistra lo avrebbero sistemato in quattro e quattr’otto, e invece nisba. E giù con l’Economist, anzi, il prestigioso Economist che ritiene - e sai chi se ne frega - Berlusconi unfit to lead Italy. E giù... mi fermo?
È dal 1993, anno dalla «discesa in campo», che la sinistra ha smesso di fare politica (demandata a quel simpatico fallito di Prodi), di fare cultura (affidata a quel raffinato intellettuale di Daniele Luttazzi), di fare tutto perché ossessionata dall’idea che Berlusconi debba sparire dalla faccia della terra. Ebbene, caro Marchesi, la risposta più appropriata è: Berlusconi a Palazzo Chigi. Per cinque anni cinque. Perché se con gesto principesco il Cavaliere si mettesse da parte, quelli si farebbero prendere dal ballo di San Vito sostenendo che al termine di una dura battaglia l’hanno costretto al ritiro. Dunque, Palazzo Chigi. A dimostrazione che con tutta la loro spocchia, la loro sussiegosa saccenteria, ’sti progressisti non sono altro che una manica di quaquaraquà. Che la belluina, quindicennale character assassination si è rivelata un flop. Un floppone. E che dunque forse gli conviene lasciar perdere perché più gli ringhiano contro, più fanno udire un certo noto tintinnio, più i Maltese lo sbeffeggiano e le Littizzetto gli fanno il verso, più il Cavaliere vince. Anzi, stravince. Alla faccia loro, of course, per dirla con e all’Economist.