Il Cavaliere rock star dell'anno

Il sorriso è la sua firma. Quelli di Rolling Stone lo hanno sbattuto lì sulla copertina, con gli occhi un po’ stanchi e il tricolore che impasta tutto. Manca solo la scritta «Io sono il re», ma il senso più o meno è quello. È come Elvis. Welcome To My World. Quelli di Rolling Stone dicono che è lui la rockstar dell’anno: «E la definizione di rock&roll va perfino stretta. I Rod Stewart, I Brian Jones, i Keith Richards dei tempi d’oro sono pivellini in confronto». Pietre rotolanti. La classifica è questa. Dicono che è più rock di Mister Obama e Papa Ratzinger. Lui prima di tutti. Silvio Berlusconi è il rock. Provocazione? Forse. Ma qualcosa c’è.

È il personaggio. È quel modo di muoversi, di pensare, che fa molto fronte del palco, quell’intercettare i sentimenti del pubblico, sentirli, suonarli, metterli in scena. Come i grandi rocker non ama il playback. I suoi capolavori sono live. È quel trasfigurarsi durante le campagne elettorali, il suo terreno. È lì che ritrova tutta la sua forza. È il contatto, l’applauso, senza mediazioni, senza tecnici del suono. «Basta una serie di note. Il resto è improvvisazione». È quello che diceva Jimi Hendrix. Assolo di chitarra. Berlusconi è uno che spacca, divide. È una frattura. Quando nel 1994 è atterrato in quel mondo sparigliato da Tangentopoli, oltre le macerie della Dc, del Psi, del pentapartito, del Muro, di Botteghe Oscure, di Segni, Occhetto e Martinazzoli nulla è stato più come prima. Sono saltate tutte le frontiere.

Non c’è più destra e sinistra. Non c’è più il centro, frammentato come il più antico degli atomi. La politica si muove su due soli accordi: berlusconiani e antiberlusconiani. È quello che capita con Elvis Presley nel 1954. The King ruba tutto da tutti e spacca con un colpo d’anca sfrontato, quasi volgare, deflagrante il prima e il dopo. La sua musica, il suo rock ’n roll diventa una sola cosa con il suo corpo. È blues, gospel, country, allusioni sessuali e ballo scatenato. È bianco e nero. E la difficoltà è capire dove ogni volta sta il bianco e dove il nero. Il Cav è rock perché alla fine costringe tutti ad adeguarsi al ritmo delle sue mosse. Lui tiene la scena, gli altri lo inseguono, lo ostacolano, lo sfidano, ma nel bene e nel male sono costretti a fare i conti con lui. E pazienza se lui, in privato, abbraccia solo le note neomelodiche di Apicella. La sua politica è altro. Il giorno in cui non ci sarà più cambierà la musica. E nessuno di noi oggi può dire come sarà. Più lenta? Forse. È il volto che sfonda i manifesti e si mette al centro di ogni cosa.

Non c’è minimalismo. Dice il suo amico Confalonieri: «Un po’ di megalomania gliela vogliamo concedere? Ha un naturale superiority complex. Si potrebbe dire che è un po’ bauscia. Ma ha dimostrato che è bravo: può permettersi queste cose». E così sia. Berlusconi sta sempre un decibel sopra gli altri. A rischio di stonare. È un funambolo della politica. Quando dice «sono il migliore presidente che l’Italia abbia avuto» manda in soffitta il basso profilo. Ma forse ha ragione Ferrara: «La rivoluzione culturale dell’individualismo espressivo è la stessa di Cassius Clay, alias Muhammad Ali». Gliela faranno pagare. Il rock è provocazione. Non guarda in faccia a nessuno. Entra nei sancta sanctorum e puzza di blasfemo. Non rispetta la nobiltà, la storia, le tradizione. È un talento barbaro, che i custodi del passato faticano a riconoscere. Ribalta i canoni. Il rock è costretto a mostrarsi giovane anche a 70 anni. Quando il Cav entra nel club esclusivo della politica estera lascia fuori i cappelli a cilindro della vecchia diplomazia. È il cucù, le corna (rock, molto hard rock), i kapò, voce alta, scacco alla regina e tutta la geopolitica della pacca sulle spalle. Il rock avvicina, cancella le distanze, alto e basso non si distinguono più. Il motto è: «Hi fratello». Il Cav è un’ossessione, per gli amici e per i nemici (di più). Di lui non si può non parlare.

È una serigrafia di Andy Warhol che ti insegue e si ripete all’infinito, cambiando colore, forma, idioma. È Marilyn. È Jacqueline. È Mick Jagger. È mister President. È la Coca-Cola. È come un poster di Che Guevara. È quello che sottoscrive David Bowie: «Per me la musica è il colore. Non il dipinto. La mia musica mi permette di dipingere. Me stesso». Stefano Di Michele scriveva qualche tempo fa sul Foglio: «La faccia di Berlusconi è un multiplo ideale. Tutta la sua opera politica è una perfetta opera pop. Si è duplicato, moltiplicato, espanso, ma sempre Silvio è».

È questo il confine tra la popolarità e il pop. Nessuno ha occupato tanto spazio nell’immaginario nazionale: milioni di foto, manifesti, interviste e una sensazione d’infinita replica. È la bandana di Porto Cervo. È il dolcevita nero. È il tycoon, il signore delle tv, è Milan e coppe dei campioni. È il costruttore. È il presidente operaio. È il popolo delle partite Iva. È sesso e rock ’n roll. È odio e amore. È troppo. «Si può essere tutto ciò che si vuole, basta trasformarsi in tutto ciò che si pensa di poter essere». Ma questo lo diceva Freddie Mercury.