Ma il Cavaliere è sicuro: "O me o elezioni domani"

Berlusconi: «Io faccio il mio dovere. Chi si vuole comportare da irresponsabile mi voti contro in Parlamento"

Roma - «L’unica alternativa a questo governo è il voto. Anche se si dovesse tornare alle urne domani. Sia chiaro, non mi interessano i problemi meteorologici». Alla fine di una due giorni in cui per la prima volta sul tavolo del Cavaliere vengono sciorinate tutte le alternative possibili - dal Berlusconi bis al passo indietro a favore di Gianni Letta - il premier tira le somme e decide di continuare ad andare avanti. Questo dice a sera nelle sue conversazioni private, questo diranno oggi Alfano, Cicchitto e Gasparri quando saliranno al Colle per chiudere il giro di consultazioni informali avviate ieri da Napolitano. Con un dettaglio di non poco conto, visto che il riferimento ai «problemi meteorologici» ha un’unica spiegazione: in caso di crisi il Pdl chiederà al Quirinale le elezioni anticipate anche se il calendario dicesse che si va alle urne a dicembre o a gennaio.
Un modo per fare muro al vociare che si rincorre da giorni sull’ipotesi di un esecutivo tecnico che senza i voti del Pdl avrebbe più d’una difficoltà a nascere. Perché se è vero che dopo un’eventuale caduta del governo non sarebbero pochi i deputati della maggioranza ad appoggiare una soluzione simile pur di arrivare a fine legislatura (incassare un altro anno di stipendio e maturare la pensione) non è un dettaglio il fatto che Napolitano non veda di buon grado un esecutivo ponte che non sia sostenuto dal Pdl e che abbia poche decine di voti di manovra. Un messaggio chiaro nel giorno in cui anche dall’opposizione sono arrivate dichiarazioni più possibiliste su un eventuale governo Letta (pur senza farne il nome), cosa che fino a poche ore fa - almeno pubblicamente - veniva esclusa categoricamente sia dal Terzo polo che nel centrosinistra. Non si spiegherebbero in altro modo Bersani e D’Alema che aprono ad un esecutivo appoggiato sia dal Pdl che dal Pd. Ma anche un altolà ai frondisti. Per fargli capire che l’opzione governo tecnico - quella che permette di chiudere la legislatura e conservare la tessera della Freccia Alata - per il premier non esiste neanche adesso. Traduzione: non date retta a chi vi dice che o vi sfilate adesso oppure si vota nel 2012, alle elezioni anticipate ci si andrà comunque.
Per Berlusconi, insomma, la via resta una. «Io - ha ripetuto ai suoi - faccio il mio dovere e porto al G20 le misure che abbiamo approntato per la crisi. Le stesse che ci ha chiesto l’Europa e che il 20 novembre saranno legge. Se altri vogliono comportarsi da irresponsabili lo facciano votandomi contro in Parlamento».
Andare avanti, dunque. Anche se è lo strumento con cui adottare tali misure su cui si apre lo scontro. Berlusconi vorrebbe un decreto legge, il Quirinale invece fa sapere informalmente di essere decisamente contrario perché - fanno sapere dal Colle - nessuna norma che mette mano al Welfare (le misure sui licenziamenti facili per esempio) può essere inserita in un dl. Berlusconi, invece, avrebbe voluto accelerare e presentarsi già oggi a Cannes con un testo messo nero su bianco. Ma non solo il Quirinale ha frenato. Anche Tremonti - che ieri ha avuto un lungo faccia a faccia con Napolitano - non avrebbe infatti nascosto le sue perplessità con gli ennesimi momenti di tensione tra lui e il premier. D’altra parte, il ministro dell’Economia è sempre più un marziano all’interno non solo della maggioranza ma anche del Pdl. Tanto che durante l’Ufficio di presidenza Sacconi, Brunetta e Cicchitto non hanno avuto affatto parole tenere per lui. Se non è stato un processo poco ci è mancato. Perché tutti o quasi lo ritengono uno dei primi «congiurati» nel tentativo di defenestrare il Cavaliere. Lo dice chiaro e tondo Giuliano Ferrara nel suo editoriale sul Foglio di oggi: «Berlusconi aveva deciso il decreto-Europa, ma si ritrova sotto assedio. Il suo ministro dell’Economia è contro il decreto. Il capo dello Stato è contro il decreto».