Cavaliere taglia e cuci: zittisce «Repubblica» e rassicura Napolitano

RomaNo, aprire un altro fronte col Colle no. E quindi Berlusconi smentisce le ricostruzione di Repubblica secondo cui il premier avrebbe detto che «di Napolitano non mi fido più», ricordando le precedenti rassicurazioni avute proprio dal Quirinale sul via libera al lodo Alfano, poi frantumato dal niet della Consulta. Il dossier più spinoso resta il cosiddetto processo breve, provvedimento che il premier ritiene sacrosanto per il bene del Paese e che, se approvato nella versione già vidimata dal Senato, potrebbe metterlo al riparo anche dalle incursioni delle procure più militanti. Una su tutte quella di Milano in cui il Cavaliere ha aperti tre processi. Ma il Colle? Secondo il quotidiano di Ezio Mauro l’incubo del premier sta proprio nel Quirinale che potrebbe avanzare dubbi sulla costituzionalità della legge. Secca la smentita di palazzo Chigi: «Repubblica riesce a superare se stessa attribuendo al presidente Berlusconi frasi sul capo dello Stato che non sono mai state pronunciate né minimamente pensate. Il malvezzo di riportare tra virgolette giudizi mai espressi con l’episodio di oggi ha varcato davvero ogni limite».
Sta di fatto che Berlusconi non ha nessuna voglia di aprire un altro fronte con il presidente della Repubblica, in un momento in cui i finiani cercano un’alleanza proprio con Napolitano. Prova ne è l’ultima sortita di Bocchino sul processo breve: «Mi sembra che siano state espresse perplessità anche dal Quirinale - dice Bocchino -. Così com’è sembra un’amnistia, riteniamo opportuna una discussione per fare delle modifiche migliorative». Una dichiarazione che fa presagire la strategia dei finiani: logorare il premier fino a spingere su un binario morto il provvedimento e poi aspettare la spallata giudiziaria. A rispondere ai frondisti Amedeo Laboccetta: «Il presidente della Repubblica farà conoscere, in linea con la prassi e i poteri previsti dalla Costituzione, gli eventuali rilievi sulla legge sul processo breve. Ma credo che nessuno debba tirare per la giacca il capo dello Stato». E poi, con una punta di sarcasmo: «Non sapevo che l’onorevole Bocchino fosse diventato il nuovo portavoce del Quirinale, se precorrendo i tempi lascia intravedere dubbi da parte del presidente della Repubblica». E anche Osvaldo Napoli replica al finiano di ferro: «Il disegno di legge sulla ragionevole durata dei processi punta a risolvere una situazione che di fatto è un’aberrazione della democrazia tollerata soltanto in Italia. E dunque non ci sono ragionevoli motivazioni per chiedere, come chiede Bocchino, una riflessione ulteriore. Insistere su questo punto significa sbarrare la strada alla legislatura». E ancora: «La sua richiesta è strumentale fatta al solo scopo di danneggiare il presidente de Consiglio visto che nulla è cambiato da quando, nel febbraio di quest’anno, i finiani hanno votato il provvedimento al Senato».
Al di là delle rispettive prove muscolari d’agosto, Berlusconi ha come mission quella di andare avanti chiedendo la fiducia in Parlamento sui famosi cinque punti, alla medesima maggioranza uscita dalle urne. Sperando nei buoni uffici degli ambasciatori leghisti e nel dialogo con i finiani più moderati. Accanto a un Carmelo Briguglio, che ieri giurava come «il provvedimento, così com’è, io non lo voto» e accanto ai Fabio Granata che ieri ha annunciato un tour nelle procure italiane per «raccogliere indicazioni e suggerimenti per una riforma della giustizia che tenga conto delle vere emergenze e delle vere priorità del sistema giudiziario», ci sono anche i Giuseppe Consolo o i Silvano Moffa, ben più aperti al sì. Di fatto il premier potrebbe anche trattare con i futuristi pur di proseguire nell’azione di governo. E c’è chi mormora che sul tavolo della trattativa potrebbe finire la sorte di qualche ex An. Non è mistero, infatti, che è soprattutto con gli ex colonnelli che Fini ha il dente avvelenato.