Cavalli e Missoni, l’arte da indossare

Daniela Fedi

da Milano

Il giro del mondo in quattro indumenti di cui non si potrà fare a meno il prossimo inverno. Per Angela Missoni è una piccola cappa avvolgente che diventa pullover sui pantaloni ma vive anche di vita propria come un abito molto corto da indossare con i cosiddetti leggings: una via di mezzo tra la calza molto coprente e i fuseaux. Per Roberto Cavalli è il cappotto trasformato però in un'opera d'arte orientalista, sontuoso e prezioso come non mai. Per Ermanno Scervino è il loden geneticamente modificato in abito da sera, ricamo o bustier pur rispettando quel suo Dna fatto di solida lana verde ed eleganza asburgica. Per Roberto Menichetti è invece il montgomery, originariamente chiamato «duffle coat», un caposaldo dell'abbigliamento maschile magistralmente interpretato in chiave femminile con romantico minimalismo. «Questo è un momento di riflessione e io non sono una donna aggressiva» ha detto Angela Missoni poco prima di mandare in passerella una collezione morbida, femminile, intelligente ed elegante nell'anima. Cambiano radicalmente i volumi scostando tutto dal corpo fino alla bellissima forma a uovo che Balenciaga rese immortale, ma soprattutto cambia la grafica dei classici disegni Missoni. Stavolta sono fiori (rose, peonie e cascanti ramage) pennellati con lo stesso concetto dei quadri impressionisti: più si allontanano dalla vista e più si definisce il tratto. I colori sono come ingentiliti da una spolverata di cacao dolce perfino nel caso delle pellicce: una più bella dell'altra.
«Mi fa paura dirlo, ma in questa collezione sono stato più artista che stilista» dice Roberto Cavalli nell'esatta riproduzione del suo studio fiorentino che fa da sfondo alla passerella con una serie di ritratti di famiglia, mobili da museo e un'incredibile Madonna lignea del '300. Da questo set spettacolare escono prima gli ospiti d'onore tra cui Carolina Kostner che con Cavalli ha messo all'asta i suoi abiti di gara destinando il ricavato all'associazione «Un sogno per il Gaslini». Poi è arte: ci sono per esempio molti incredibili cappotti a vestaglia in velluto devoré, ricamato o stampato con tecniche che prevedono l'uso della foglia d'oro e di chissà quanti cliché. Alcuni abiti decorati da innumerevoli catenelle di vetro fanno pensare ai capolavori di Paul Poiret. E l'insieme delle forme con i decori rimanda all'orientalismo degli anni Venti. «Fuori è una geisha, dentro un samurai» dice Eva Cavalli di questa donna sicuramente messa su un piedestallo anche se nel caso dell'abito da sera e del cappotto militare ornati di piume a riprodurre la forma di un uccello del paradiso, sarebbe più giusto parlare di trespolo.
«La mia è una principessa del nord, non vive certo nei palazzi degli Asburgo, ma senza dubbio sa come ci si veste tra Austria e Tirolo» spiega Ermanno Scervino mentre le modelle s'infilano con entusiasmo nei suoi capi. Tra questi si ricordano i fantastici abiti illuminati da piccoli cristalli nel pizzo di loden, il giubbotto di visone decorato da uno spettacolare macramé metallico, tutte le giacche d'ispirazione militare (un grande classico dello stilista che per primo ha lanciato l'ordine della divisa nel disordine della femminilità) e le collane di cashmere sui sensuali bustier. Roberto Menichetti è invece partito dalla tradizione della couture degli anni Settanta per arrivare al futuro perfino nel caso del montgomery con i ganci invisibili al posto degli alamari. Basterebbe il piumino in seta mista ad acciaio con una spalmatura al carbonio antiradiazioni per dire quanto sia stato bravo. C'era di più: una serie di tailleur perfetti, finalmente delle scarpe dal tacco umano, un modo nuovo di vestire per bene, senza eccessi tranne quelli, sempre auspicabili, della buona educazione.