Cavani, un santo in campo che fa rivivere Maradona

L’oro di Napoli è l’ultima ciocca di capelli di Edinson Cavani. Vola all’ultimo secondo dell’ultimo minuto. Spinge quella palla dentro senza neanche sapere come. Poi parla alla città: eccoci Europa, eccoci Italia. Cavani ringrazia il cielo e poi si bacia la chioma. Lui e Napoli ancora in Coppa, lui e Napoli secondi in campionato. Questo è il momento. Una faccia nuova, una storia nuova, un personaggio nuovo. Perché Cavani c’è da qualche anno, ma non era mai stato così. Gol, gol, gol. Gol sempre, gol comunque, gol ovunque. Nove in campionato, sette in Europa League. Sedici è il totale e il numero che ha già sfondato la prima porta: in cinque mesi ha segnato più che in tutto l’anno scorso, più di ogni altro anno della sua carriera. Dove arriverà? «Solo Dio può dirlo». Napoli ha un Santo in campo, una reliquia vivente che rende dolce il ricordo degli anni Novanta, di Diego e di tutto il resto. Sognare ti fa archiviare il passato più volentieri. Maradona e la sua magia non sbiadiranno, ma non possono essere un’ossessione eterna. Edi serve a questo. A dare una prospettiva, a immaginare che vincere sia ancora possibile. Quest’anno? Il prossimo? Tra due? Non conta quando, ma l’idea di potercela fare. Diranno che s’esalta troppo facilmente quella città, però come fai a non farlo? Qui, adesso, ogni partita la giochi fino all’ultimo e spesso all’ultimo la vinci perché ci credi più dell’avversario. Napoli esulta. Napoli gode. Ezequiel Lavezzi è l’idolo un po’ chiassoso e appariscente. Cavani è la certezza silenziosa. Una specie di Careca contemporaneo. Uno che preferisce parlare coi piedi. Quanti conoscono la sua voce? Si confessa il giusto, quindi poco. Lo fa senza la pretesa di sentirsi né profeta né testimone.

Edi lo chiamano El Matador, ma sembra più un chierichetto deciso. Non infilza, non aggredisce, non azzanna. Si muove senza farsi notare, senza sgomitare. Nostro signore dei cieli, della terra e dei campi da calcio. La fede è uno stile di vita che lo stadio esalta, perché Cavani può rendere omaggio al cielo ogni volta che segna. Su la maglia e poi su le mani: Grazie, Dio. Un evangelico in calzoncini corti e parastinchi. Cavani un simbolo: si può essere buoni ed essere forti. Cattiveria? Perché? Non reagisce, non s’arrabbia, non bestemmia. È la faccia che redime i peccati di tutti gli altri: la vanità, l’avidità, la violenza. È quello che deve purificare il cattivo mondo del pallone, che deve dare una possibilità ai conformisti pronti a puntare il dito contro l’immoralità di questo sport immerso nei miliardi e nella boria. È il nuovo esempio. Ora tocca a lui dimostrare che ci sono giocatori diversi da quelli buoni solo per i rotocalchi: educati, civili, che parlano poco e senza polemiche, che fanno divertire la gente senza esasperarla, che sanno perdere senza nascondersi dietro ai complotti. Stringe le mani prima del fischio di inizio. Discreto. Poi gli chiedono: allora Edi? Se deve rispondere, allora il gol lo chiama «dono». È come se recitasse sempre una messa laica, come se sentisse che qualcosa gli sta arrivando da qualche parte. Una voce, un gesto, un suono. Ha scoperto la fede dentro un pallone.

Possibile? È successo. «Avevo un compagno, al Danubio, che spesso mi accompagnava a casa dopo gli allenamenti. Il primo a parlarmi di Cristo fu lui. Io gli facevo domande, volevo capire: cosa c’è sopra di noi? Chi ha creato tutto questo? A chi devo dire grazie? Ero molto giovane, cercavo risposte. Quel ragazzo è diventato pastore pentecostale. Io atleta di Cristo». Come lo è Kakà e come lo sono molti altri.

Napoli la dissacrante ha ricominciato a credere nei miracoli. Esagererà, certo. Comincerà a trovare un modo per sintetizzare il triangolo Hamsik, Lavezzi, Cavani come fece con la Ma-Gi-Ca di Maradona, Giordano e Careca. Sfornerà pizze Cavani a volontà, perché ovviamente è già arrivata sul mercato. Comprerà la statuetta del presepe con la sagoma snella e filiforme di Edi. Questo è il contorno che rende entusiasticamente ingombrante il pallone da quelle parti. Il massimo per un tifoso e il massimo anche per un calciatore. Se resti lucido, se non ti fai afferrare e trascinare da quel delirio, vivi felice. Sole, mare, affetto, amore. Cavani l’ha cercata e voluta questa città. Anche se è un modesto, un riflessivo, un composto, un educato: uno che non c’entrerebbe e che invece c’entra perfettamente. L’ha scelta, Napoli. L’ha scelta perché ha capito che c’era un progetto fatto apposta per lui. Palermo era dolce, ma non abbastanza. C’era stato anche un episodio brutto, con qualcuno che aveva preso a calci la sua macchina e quella di un compagno. Via, allora. Via per sé e per il pallone. Quando lo lasciò andare via, il presidente Zamparini, disse così: «L’ho accontentato, per me è come un figlio». Ora che ce l’ha De Laurentiis, ha rubato le parole al collega rivale: «Edi per me è come un figlio».

Il padre vero ce l’ha. Si chiama Luis, erede di una famiglia di Maranello che emigrò in Uruguay. Luis era come Edi. Calciatore. «Il mio primo ricordo, a 3 anni, è con lui dentro uno spogliatoio. Non ho mai voluto fare altro. Noi mangiamo calcio, respiriamo calcio, beviamo calcio. Io sono nato calciatore. Io prima di camminare correvo dietro la palla. In Uruguay ogni cento metri c’è un campo, d’erba, di sassi o di sabbia, e tu lo calpesti da quando hai zero anni. Quella è stata la mia scuola. A 13 anni ero già là davanti, in attacco». Perché segna. Prima poco, poi sempre di più.

Piace, Cavani. Piace per il carattere che ha e per come gioca: in un campionato che fa fatica a trovare campioni nuovi spunta lui che ha fatto bene in Sicilia, bene al Mondiale con il suo Uruguay, ma che adesso sta facendo di più. A 23 anni corre: la ciocca che spinge dentro il pallone che tiene Napoli e l’Italia in Europa League arriva dopo una partita in cui non si ferma mai. Torna, rientra, copre, poi si butta avanti. Moderno nel sentirsi servo di una squadra senza la malinconia di chi poi fa l’incompreso. Il gol cambia la vita degli attaccanti. Cavani era bravo anche l’anno scorso, ma c’era sempre quella cosa lì: «Fa pochi gol». Quindici. Napoli gli ha tolto il peso del giudizio affrettato. L’hanno messo davanti, al centro e gli hanno cominciato a servire palloni uno dietro l’altro. Sul destro, sul sinistro, sulla testa, sulla corsa. «Segnare è liberazione. Solo dopo mi sento a posto, giusto». È la banalità più affascinante del pallone: si gioca per segnare, si segna per continuare a giocare.