CCCP, la musica (italiana) all'ombra del Muro di Berlino

In fuga dall'Emilia per cercare la propria voce, trovare quella di Ferretti ed entrare nella storia del rock

N ella seconda metà degli anni '70 David Bowie si mise in cerca di nuovi suoni, di una nuova voce dopo i successi in patria e gli stravizi americani. Una nuova carriera in una nuova città, come poi intitolerà una sua canzone. Scelse Berlino, allora divisa dal Muro poco più che maggiorenne ma già vergogna vecchia, vetusta ma dall'aria eterna. Nella metropoli divisa vi era il mezzo buco nero liberale in pieno territorio comunista, pareva proprio un bel palcoscenico per inscenare tutte le contraddizioni d'Occidente. Per Bowie è noto che il soggiorno fu d'aiuto, se ne uscì con Heroes, con l'intera trilogia detta appunto berlinese, creata in combutta con Brian Eno. Massimo Zamboni in fondo fece lo stesso, su scala minore o meglio più appartata. Nell'estate del 1981 era un venticinquenne confuso di Reggio Emilia e non una rockstar viziata e a rischio decadenza. Anche Zamboni, «con sensazione di fame inappagata» pur essendo figlio del Boom, cercava la sua voce.

Come tanti, se ne sentiva privo, come dichiara fin dal titolo Nessuna voce dentro. Un'estate a Berlino Ovest (Einaudi, pag. 197, euro 17). In questo frammento di autobiografia un po' romanzata Zamboni racconta la sua ricerca di un modo di esprimersi e di vivere, di una via di fuga dal destino programmato in Italia borghesemente con una laurea in Lingue per fare il professore. Ma fugge anche dai vicoli ciechi dei coetanei, «all'autolesionismo della generazione»: la tossicodipendenza, l'ottusa militanza politica che sfocia in retorica o in violenza. Ha già girato parecchio, Zamboni, ha visto perfino gli Usa, ma un reportage su Frigidaire, la storica rivista degli alternativi italiani di allora, gli ha messo voglia di vedere e vivere Berlino.

Sceglie di passar mesi fra le macerie di una guerra mondiale finita solo trentasei anni prima, di contemplare la terra di nessuno, di finire sotto l'occhio vigile di coetanei dell'Est che armi in mano fanno la guardia sul Muro. Sceglie di annusare la storia e di fare l'autostop al Brennero ai tir in transito. Per scelta ulteriore e per necessità vive in una casa occupata, che sembra un piccolo teatro dove recita a turno la gioventù più irrequieta ma in fondo pacifica d'Europa. Zamboni vive il tutto come pellegrino goethiano, consapevole di essere all'apice degli «anni di apprendimento di Wilhelm Meister». Ma sa anche che questa berlinese è l'ultima occasione per dare un senso alla vita, per trovare una voce. In quella Berlino ballerà ovviamente anche Heroes di Bowie, assisterà a concerti di «geniali dilettanti» di musica industriale, prodotta con gli scarti della civiltà della tecnica e del consumo. Incontrerà soprattutto il conterraneo ma sconosciuto Giovanni Lindo Ferretti. La scena avviene in discoteca, Zamboni balla da solo Alabama Song di Kurt Weil e Bertolt Brecht nella versione dei Doors, roba un po' passatista in epoca punk. La ragazza emiliana che accompagna Ferretti conosce uno Zamboni che è impossibile non notare: i due vengono presentati ed è significativo che con quel momento si chiudano le memorie del periodo. L'alchimia che si crea con Ferretti spinge Zamboni a riprendere in mano la chitarra, formare un gruppo che sposi postpunk e tradizione emiliana, liscio compreso. Furono dunque i CCCP-Fedeli alla Linea, entrati nella storia della musica italiana grazie a pietre miliari come Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi (1985). Cambiata ragione sociale, con il Consorzio Suonatori Indipendenti (CSI), i due collaborano fino alla fine del millennio, con successi sorprendenti (Tabula Rasa Elettrificata toccò il primo posto nel 1997). Poi la rottura, proprio a Berlino, dove tutto era cominciato. E infine, dopo anni, la riconciliazione che non ha portato per ora a nuove collaborazioni. Diversi, seppur paralleli, rimangono i loro percorsi. Poiché anche Ferretti ha pubblicato libri oltre che dischi, diremmo che Zamboni conferma di non aver nulla da invidiare sul piano letterario al suo antico sodale. Il chitarrista ha trovato la sua vera voce, con notevole talento narrativo, come dimostrano i capitoli dedicati all'esperienza da cameriere in un ristorante-pizzeria italiano all'ombra del Muro, in odore di mafia o comunque losco e pieno di testosterone. Quelle pagine sono quasi da commedia all'italiana, con schegge di patois siculo-germanico e con un tono grottesco molto ben dosato.

In sintesi, non ci può sottrarre alla Storia, ma quella non è maestra di vita «e non è neanche bidella». Zamboni scrive la sua Storia, come fece Bowie, come lo fecero gli U2 in quel di Berlino per registrare Achtung Baby a un anno dalla caduta del Muro. Anche Zamboni è tornato con suoni, con più una voce e tante parole, col compito del grande rock: «musicare speranze».