Il cda e quel business triestino messo sotto assedio dall’Antitrust

Il verdetto dell’Authority su Intesa-Sanpaolo potrebbe ridimensionare il «bancassurance»

Marcello Zacché

da Milano

Questo rally d’autunno delle Generali non è come la primavera del 2003. Allora la scalata c’era davvero, orchestrata da Unicredit che, secondo il ricordo di un esperto banchiere, «insieme con la Cariverona di Paolo Biasi, si volevano prendere la compagnia». Mentre l’obiettivo dichiarato era quello di far saltare Vincenzo Maranghi dalla guida di Mediobanca, che di Generali è il primo socio, con il 14%.
Adesso la storia è un’altra. Di fronte a un titolo un po’ depresso si sono coagulati investitori retail e istituzionali, hedge fund e soprattutto quelli tra i grandi soci che vogliono contare di più. Sono questi ultimi ad accendere le fantasie. Tuttavia la scalata non c’è. Almeno per ora. I protagonisti della partita sono sostanzialmente d’accordo sullo status quo: Antoine Bernheim presidente, con la conferma degli ad Giovanni Perissinotto e Sergio Balbinot. Banalmente, squadra che vince non si cambia. E su questo non c’è nessuno, dai soci francesi a Capitalia, da Intesa a Mediobanca, che abbia detto qualcosa di diverso. Tuttavia lo spazio per assestamenti c’è lo stesso. Ed è dato dai pesi che i protagonisti vogliono avere per poter dire la loro in primavera, quando l’intero cda del gruppo andrà rieletto. Per questo De Agostini e Zaleski potrebbero aver comprato più del 2%.
Sullo sfondo c’è quanto dichiarò Alberto Nagel, direttore generale di Mediobanca, a fine ottobre: per Generali ci vuole «un passo avanti della governance per adeguarla agli standard internazionali». Guarda caso il rally è iniziato poco dopo: i grandi soci si stanno posizionando per partecipare al meglio al rimpasto. Prevedendo, per esempio, le uscite dei consiglieri espressi nel 2003 da Unicredit e Capitalia per le quali, nel 2008, scadrà il convertibile emesso sui titoli. E di Mps, che ha dichiarato non strategico il suo 1,7%. Un’occasione anche per svecchiare un cda la cui età media, presidente a parte, è di 62 anni, in un settore, quello assicurativo, dove si richiede competenza e modernità. Anche perché mancano poche ore al verdetto dell’Antitrust sulla fusione Intesa-Sanpaolo e i bene informati, sulla scorta del recente verdetto di Catricalà sull’operazione Toro, si aspettano conseguenze anche per Trieste: le ambizioni di Generali di incrementare il business bancassicurativo (ora legato alla joint venture Intesa Vita) potrebbero essere ridimensionate, costringendo per esempio ad aprire la piattaforma a partner esterni. Così come sono attese osservazioni sul fronte del network distributivo.
Ormai è chiaro che chi vuole crescere nel settore bancario-assicurativo non lo può fare sul mercato domestico se non al costo di vedersi penalizzato in termini di business. Il prossimo cda del gruppo del Leone dovrà pensare bene a questo. E si dovrà preparare a mosse alternative. Va da sé che i pesi al suo interno, tra il partito di Intesa, quello dei francesi, Mediobanca, Unicredit e Capitalia, avranno non poca importanza.