Cdl, la Lega si smarca «No alla Convenzione»

Maroni: «I cambiamenti si fanno in Parlamento». Cota: «Quello indicato da Amato è un metodo fatto da burocrati che ha già fallito»

da Roma

Che il dibattito sulla legge elettorale lasci molto fredda la Lega lo si era capito già da qualche giorno. Da quando, nello specifico, Roberto Maroni e Roberto Calderoli avevano deciso di sostenere nel giro di qualche ora posizioni che sarebbe un eufemismo definire distanti. Con il capogruppo del Carroccio alla Camera aperturista su un eventuale dialogo con il ministro ds Vannino Chiti e il vicepresidente del Senato decisamente contrario. Un’incomprensione dettata non tanto da un effettivo disaccordo tra i due, quanto dal fatto che sulla questione Umberto Bossi ancora non si era espresso. Già, perché se da una parte il leader della Lega resta convinto che l’alleanza con Silvio Berlusconi non è in discussione, dall’altra sa bene che sulla riforma elettorale gli interessi del Cavaliere sono ben lontani da quelli del Carroccio. Il leader di Forza Italia, infatti, segue con interesse l’iter dei due quesiti referendari che se approvati consoliderebbero il bipolarismo e darebbero una decisa accelerazione verso la costituzione di quel partito delle libertà che tanto gli sta a cuore. Un’eventualità che Bossi guarda invece con grande scetticismo, conscio dei rischi che questo potrebbe comportare per un partito del 4-5 per cento e che ha i suoi voti concentrati in tre sole regioni.
Così, ci sta che in un’intervista a Repubblica Maroni lanci una sorta di aut aut al Cavaliere. «Con Forza Italia - spiega - c’è il gelo. Forse è la prima volta che negli ultimi tempi Bossi mette la Lega contro Berlusconi». Secondo il Carroccio, infatti, «la riforma elettorale la devono fare i partiti in Parlamento» e non il referendum o un’eventuale Convenzione. «Il ministro Amato - spiega il vicecapogruppo alla Camera Roberto Cota - è recidivo, perché dovrebbe sapere bene che il metodo delle convenzioni fatte da burocrati ha già fallito quando si trattava di dare vita alla nuova Costituzione europea». Dunque, aggiunge il segretario piemontese della Lega, «non è uno strumento valido per una materia così delicata come la legge elettorale».
Nel centrodestra, dunque, l’insolito asse che si è venuto a creare è quello tra Lega e Udc, entrambe convinte che la via parlamentare sia la migliore e decise legittimamente a tutelare il loro status di «piccoli». «L’Italia è il Paese degli 8.500 comuni che esprime tante rappresentanze che non possono sparire. Noi - dice Maroni in un’intervista al Tgr Lombardia - non vogliamo una riforma che cancelli le rappresentanze politiche anche se piccole. Sarebbe sbagliato ed è illusorio pensare che due grandi partiti non litighino al proprio interno».