Cecchi Gori in carcere: ha debiti per 25 milioni

Il produttore cinematografico in manette per bancarotta fraudolenta: è la terza volta. La Marini: "Non lo abbandono"

«Tranquilli, si tratta solo di un disguido». La cosa che fa simpatia di Vittorio Cecchi Gori è il suo ottimismo. Lui, il suo terzo arresto per bancarotta fraudolenta lo definisce così: un «disguido».
Del resto Vittorione tende sempre a minimizzare. Lo fece anche quando nel 2000 fu mollato dalla moglie Rita Rusic («È solo un po’ nervosa. Tornerà tra le mie braccia...); stessa sorte, cinque anni dopo, con Valeria Marini («Macchè crisi. Rimarra al mio fianco...»); idem nel 2001 quando la Fiorentina fallisce e viene retrocessa («È un equivoco, con un presidente come me queste cose non accadono...»).

Amori infranti e delusioni sportive. Ma, soprattutto, guai giudiziari. Ieri, l’ennesima tegola sulla testa di un uomo tanto sfortunato quanto ingenuo; caratteristiche che suo padre Mario, quando era in vita, non aveva scrupolo di sintetizzare nella formula: Il mi figliolo l’è proprio un gran bischero!
Quando ieri pomeriggio i finanzieri lo hanno arrestato, il produttore cinematografico si trovava nel suo ufficio di Roma. L'inchiesta è quella che riguarda la Cecchi Gori Group, dichiarata fallita il 23 ottobre del 2006 dal Tribunale di Roma. I debiti complessivi della società, sono stati stimati in circa 25 milioni di euro.
Ma c'è dell'altro. Secondo un'indagine svolta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza della Capitale, è emerso che nei giorni successivi alla sentenza dichiarativa del fallimento, Vittorio Cecchi Gori ebbe contatti non solo con uomini politici ma anche con magistrati «al fine di cercare solidarietà».

L'indagine delle Fiamme gialle farebbe riferimento, tra l'altro, a presunti «incontri o contatti» con la moglie dell'ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, con l'ex onorevole Claudio Martelli e, tramite un avvocato, con Antonio Di Pietro.
I pubblici ministeri Lina Cusano e Stefano Rocco Fava, che il 14 maggio scorso avevano chiesto il rinvio a giudizio non solo di Cecchi Gori ma anche del suo collaboratore Luigi Barone (anche lui arrestato ieri), hanno investito della questione la Procura di Perugia, competente a valutare la posizione che i magistrati romani possono avere assunto nella vicenda.

Nell’ambito della stessa inchiesta è stata emessa una terza ordinanza di custodia cautelare, stavolta ai domiciliari: riguarda Giorgio Ghini, presidente del collegio sindacale Safim Cinematografica.
Intanto la Procura di Roma ha disposto il sequestro di quote societarie di diverse imprese riconducibili allo stesso produttore cinematografico, che detengono la proprietà di immobili di prestigio del valore di diverse centinaia di milioni di euro, tra cui diverse sale cinematografiche a Roma, Firenze, Genova e Bari. «La decisione - sottolinea una nota del comando provinciale di Roma della Guardia di Finanza - è stata presa a garanzia dei creditori».

La principale ipotesi di reato contestata dalla procura di Roma a Cecchi Gori e agli altri due destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare (Luigi Barone e Giorgio Ghini) è bancarotta fraudolenta, il cui passivo è di circa 25 milioni di euro, e scaturisce dal fallimento di alcune aziende del gruppo Cecchi Gori, «deliberatamente condotte al dissesto - afferma la Gdf - e svuotate del loro patrimonio in favore di altre società del medesimo gruppo»; ciò, conclude la Guardia di Finanza, è stato realizzato «mediante fittizie operazioni di riorganizzazione societaria, passaggi di quote azionarie e operazioni commerciali simulate, anche con società estere».

Cecchi Gori si trova ora in stato di isolamento nel carcere romano di Regina Coeli. Al personale dell’istituto penitenziario sarebbe apparso «sereno e tranquillo». A confortarlo sono arrivate anche le parole di Valeria Marini: «Sono solidale con lui come sempre lo sono stata, anche in altri momenti brutti. Ho mantenuto un bel rapporto di amicizia e se lui ha bisogno di me, di qualunque cosa, io ci sono».
Oggi Cecchi Gori incontrerà gli avvocati del suo collegio difensivo, i quali hanno definito l’arresto del loro cliente «un provvedimento inutilmente afflittivo».