Cechov, a 150 anni dalla nascita il teatro non l'ha dimenticato

Il grande drammaturgo russo nacque il 29<BR> gennaio del 1860 sul mar d'Azov. Le sue<BR> opere come «Tre sorelle», «Zio Vanja»<BR> e «Il gabbiano» sono ancora fra le più<BR> rappresentate. Grazie ai dialoghi «semplici»<BR> e alla finissima analisi psicologica

È considerato a livello mondiale uno dei più grandi autori di racconti, da cui sono anche nati film celebri come «La signora col cagnolino», ma il grande pubblico, a 150 anni dalla nascita di Anton Cechov (il 29 gennaio), lo conosce principalmente come drammaturgo, perché il teatro continua a farlo vivere di stagione in stagione. Come ogni generazione ha il suo «Amleto», così potremmo dire che ogni generazione ha il suo Cechov, il suo «Zio Vanja» o «Il gabbiano» e «Il giardino dei ciliegi», più di «Tre sorelle» o «Platonov».
Non a caso due esemplari film di grande qualità proprio quei testi affrontano: «Il gabbiano» di Marco Bellocchio e «Vanja nella 42/ma strada» di Luis Malle: il primo, uscito in un anno caldo come il 1977, esaspera la rabbia esistenziale di quell'opera e le sue illusioni di un mondo nuovo; il secondo, del 1994, mette insieme predizioni, velleità e rammarico alla vigilia della fine del secolo.
«La vita è passata e non ci si accorge di averla vissuta» è il vero pericolo, come recita la battuta finale del «Giardino», affidata al vecchio servitore Firs, rimasto-dimenticato nella casa abbandonata. Ma in realtà il gruppo di personaggi è come fossero degli adolescenti che stanno per crescere costretti dalla vita, di cui ancora non si rendono conto, che tingerà di nero il loro candore, i loro sogni, ingenui e che quindi costeranno loro cari. È facile leggere in tutto questo il paradigma della fine di un certo mondo, di una società incapace di prendersi delle responsabilità, come fa invece, quasi costretto dal destino, Lopachin, ricco mercante che acquisterà la casa in cui i suoi erano stati servi.
Tutto raccontato attraverso un dialogo apparentemente qualsiasi, quotidiano, che invece cresce via via dando forma a un paesaggio esistenziale intenso, con analisi psicologiche molto fini, confronti ardenti e sofferti, slanci sentimentali, ma con al fondo un senso di impotenza, di cui è diventato esemplare il sussurro sentimentale, il grido che suona disperato, «A Mosca! A Mosca!» delle «Tre sorelle», che riescono solo a sognare, a patire quel trasferimento che non avverrà mai con animo struggente.
Anton Cechov voleva che queste sue intime, normali tragedie fossero realizzate col ritmo e il segno del vaudeville, della commedia, perchè la vita è una tragedia comica e assurda, nel suo vano, ridicolo agitarsi e sognare.
Nato il 29 gennaio del 1860 a Taganrog, sul mar d'Azov, da una povera famiglia, riesce a laurearsi in medicina, che praticherà però solo saltuariamente, visto che già a 24 anni i suoi racconti e i suoi primi monologhi hanno successo e gli procurano una certa notorietà, che gli permetterà di intraprendere un lungo viaggio attraverso la Siberia sino a «L'isola di Sachalin», come si intitola il suo libro-rapporto sulla realtà tragica dei forzati nella colonia penale di quel posto. Anche da questo suo impegno nascerà l'amicizia con Lev Tolstoj, cui resterà legato tutta la vita, non lunga, visto che Cechov è minato dalla tubercolosi e muore a 44 anni, il 15 luglio 1904, assistito dalla moglie Olga a Badenweiler, nella Foresta Nera. Eletto membro dell'Accademia Russa, si era poi dimesso per solidarietà con l'allontanamento di Gorkij.
Il suo lavoro può essere letto in vari modi, ma certo non secondo una prospettiva nichilista: «Io credo che niente passi senza lasciar traccia e che ogni piccolissimo nostro passo ha un significato per la vita presente e futura», aveva scritto in una sua nota autobiografica.