Cechov tra ironia e illusioni

È un’opera che semplicemente ricapitola in sé molte delle più amare contraddizioni del vivere: legami sentimentali complessi e ambigui, affetti familiari distorti, insoddisfazioni professionali che sfociano nell’angoscia, conflitti generazionali insanabili, aspirazioni artistiche che si incagliano sulle rocce spigolose del quotidiano. Per questo Il gabbiano rappresenta da sempre uno dei titoli cechoviani più amati da teatranti e pubblico. E per questo, sia che si scelga la strada dell’allestimento tradizionale (ricordiamo, ad esempio, quello firmato da Maurizio Scaparro qualche anno fa) sia che si osino letture sceniche più coraggiose (memorabile resta, secondo noi, lo spettacolo di Nekrosius scaturito, anch’esso qualche stagione fa, dall’esperienza formativa dell’École des Mâitres), ogni sua nuova messinscena va salutata con interesse e partecipazione. Spetta all’Eliseo aver messo in cartellone una recente versione del dramma, prodotta dallo Stabile di Bolzano e diretta da Marco Bernardi, che debutta questa sera per restare in scena fino al 14 dicembre. Cosa aspettarsi? Molto probabilmente un lavoro pulito, serio, ossequioso nei confronti nel testo ma anche moderno e pieno di energia visto che, accanto a Patrizia Milani, Maurizio Donadoni e Carlo Simoni, nel cast figurano attori giovani, selezionati attraverso regolari provini. A otto anni di distanza da Il giardino dei ciliegi, Bernardi torna dunque a Cechov, confortato dalla certezza che ne Il Gabbiano ci sia «qualcosa di magico, di malato, nel modo in cui l’autore racconta questa storia e dipinge con straordinaria precisione i personaggi che la vivono; ci sono le sue atmosfere, c’è la capacità di ridere attraverso il pianto e piangere attraverso il riso, come nella vita». La ben nota vicenda su cui poggia la trama lega tra loro i destini malinconici di figure che sembrano uscite da un quadro dell’impressionismo russo: Arkadina, un’attrice ormai al tramonto che vuole restare giovane a tutti costi, ama lo scrittore di successo Trigorin che però è attratto dalla fresca ariosità della ventenne Nina, di cui è invaghito pure il figlio della protagonista, quel sensibile e idealista Kostantìn destinato a chiudere il cerchio delle illusioni con un suicidio finale: risposta drammatica quanto mai straziante e perentoria. Eppure umanissima.
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