Le celebrità che (purtroppo) vissero due volte

L’ex portavoce pontificio Joaquín Navarro-Valls ha definito i suoi prossimi impegni da pensionato. Oltre a scrivere editoriali sul quotidiano fondato dal noto teologo Eugenio Scalfari, farà il presidente della giuria dei letterati del premio Campiello, patrocinato dagli industriali del Veneto. Del resto egli ha una grossa esperienza di premi: nell’anno della morte di Giovanni Paolo II, suo datore di lavoro a partire dal 1984, ha trovato il tempo per attraversare l’Italia da Folgarida a Gallipoli, andando a ritirarne ben 13. Inoltre gli sta molto a cuore l’economia del Nord Est: era ancora al servizio di Papa Wojtyla quando decise d’accettare un posto nel comitato etico dell’azienda trevigiana produttrice della «scarpa che respira», reclamizzata in questi giorni da uno spot televisivo assai poco etico, di sicuro più asfissiante della puzza di piedi.
Al Campiello il dottor Navarro-Valls sarà in ottima compagnia. Nella giuria dei letterati siederà anche colei che un giorno fu chiamata a ricoprire la terza carica dello Stato italiano, Irene Pivetti, l’ex responsabile della consulta cattolica della Lega lombarda passata dalla croce della Vandea che ostentava al petto 15 anni fa ai busti sadomaso in latex («mi sento sexy come Catwoman», ha dichiarato). Ora l’emerita della Camera, che nel 1994 fece togliere dal suo studio di Montecitorio le tele settecentesche con Veneri discinte e uomini spogli, si fa fotografare appoggiata al didietro nudo di Costantino. Vitagliano, però. Due creature dello stesso agente: Lele Mora. In hoc signo vinces.
L’accostamento – fra l’ex direttore della Sala stampa vaticana e l’ex presidente della Camera, intendo – non deve apparirvi casuale. Sempre più spesso la cronaca ci offre sconcertanti esempi di pendolarismo fra i personaggi pubblici. Abbandonati i ruoli di alto profilo istituzionale che furono chiamati a svolgere per un tratto della loro vita, costoro dimenticano i doveri di dignità che certi incarichi comportano anche dopo averli lasciati. Il fenomeno investe tutti i campi, dalla politica alla giustizia.
Sono rimasto interdetto nel vedere che l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, presidente onorario aggiunto della Cassazione, giudice istruttore nei processi per l’assassinio di Aldo Moro, per l’attentato a Giovanni Paolo II, per gli omicidi del vicepresidente del Csm, Vittorio Bachelet, e dei giudici Riccardo Palma e Girolamo Tartaglione, per la strage di piazza Nicosia, l’uomo che ha indagato sul crac Sindona e sulla banda della Magliana, il «fustigatore della mafia» (definizione del Times) al quale i pezzi da novanta uccisero un fratello per vendetta, costretto a lasciare la magistratura per le continue minacce di morte da parte di Cosa nostra e della camorra napoletana, già consulente dell’Onu nella lotta alla droga, eletto prima alla Camera e poi al Senato come indipendente di sinistra, per tre legislature membro della commissione antimafia, ora è finito a dirimere le beghe condominiali a Forum su Rete 4. Che l’abbia fatto per solidarietà con Rita Dalla Chiesa, figlia del generale trucidato dai sicari di Totò Riina e Bernardo Provenzano?
E che dire di Claudio Martelli, già parlamentare europeo, deputato, vicepresidente del Consiglio, ministro della Giustizia, vicesegretario del Psi, che ha abbandonato la vita pubblica su consiglio della moglie («non credo più in questo Paese e non credo che a mio marito possa andare bene la politica attuale», ha spiegato la signora) per adattarsi a condurre L’incudine su Italia 1? Anche se bisogna riconoscere che l’ex enfant prodige di Bettino Craxi, un tempo l’unico estraneo autorizzato ad aprire il frigorifero nella casa del capo, quanto a stile si situa una spanna al di sopra della collega Pivetti, ridottasi a officiare con Platinette programmi come Bisturi! Nessuno è perfetto, sagra delle pive sgonfie da rimodellare col silicone in sala operatoria.
Certo non si può pretendere dai nostri ex politici la saggezza di un Lucio Quinzio Cincinnato, il condottiero romano che costrinse gli Equi e i Volsci a passare sotto il suo giogo, e dopo il trionfo si ritirò a vita privata, preferendo la coltivazione dell’orto ai fasti della dittatura. Ed è pur vero che, in tempi a noi più vicini, democrazie consolidate come quella statunitense hanno visto ex attori diventare capi di Stato. Ma solo in Italia assistiamo al percorso inverso, dalla progressione alla regressione di carriera, dal meglio al peggio. Che cosa accadrebbe se un ex direttore del Corriere della Sera accettasse la guida di Novella 2000? Ve li immaginate i commenti sarcastici del Palazzo, dei colleghi, dei lettori? Mai dire mai, comunque: Irene Pivetti, fra le altre cose, è giornalista professionista.
Stefano Lorenzetto
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