Celentano scopre a 70 anni di essere uno spara ca...te

La cosa più sensata Celentano la dice alla riga numero trentotto: «Scopro che faccio molte più ca...te adesso». Infatti nell’interminabile intervista di ieri a Repubblica, due pagine piene, per celebrare, e non si può usare verbo più appropriato, i suoi imminenti settant’anni, Celentano di ca...te ne spara a profusione. Basta coglierle fior da fiore nelle nove colonne in cui si snoda l’articolone.
Oddio, anche l’intervistatore, l’autorevole musicologo Gino Castaldo, in irrefrenabile adorazione, ci mette del suo. Sentite l’avvio: «Celentano esce di rado e parla ancora meno. Ma quando succede, un immancabile fremito di suspense contagia il mondo dell’informazione. Dall’eremo possono arrivare apologetiche pillole di saggezza, o magari semplici canzoni d’amore, oppure uno scarto d’anca, un attacco a politici, architetti, miscredenti, un inno alla foca, chissà». Vincenzo Mollica dal suo tappetino del Tg1 schiatterà d’invidia: c’è chi gli insidia un trono guadagnato con migliaia di aggettivi emollienti. Sostenere, per esempio, che Celentano parla poco, significa non aver mai acceso il televisore durante i suoi comizi fiume. Decisione da condividere in toto per lo spettatore comune, ma incauta per un aspirante biografo.
Comunque sia, il demagogo Adriano salta fuori presto. Si parla di rock, e nessuno può negare che lui ne mastichi. Ma ecco la sbandata sul terreno minato del pacifismo a ogni costo: «... non mancano quelli che speculano sull’ingenuità di questo ritmo per lanciare messaggi di guerra. Come accade in certe zone dell’Africa, dove la bellezza dell’anima ormai spenta, arriva al punto di mettere una mitragliatrice nelle mani di un bambino di 8 o 9 anni». Sempre a proposito di guerra, Celentano brandisce la chitarra: «Combatto a suon di rock dalla parte degli operai, vero motore del mondo». E, come noto, tra i più indefessi acquirenti dei suoi cd. Assestato uno schiaffo alla guerra, sacrosanto, per carità, è pronta una sberla all’ecologia: «Mi ribello alla povera gente che pur di avere un tetto, accetta di vivere in quelle scatole tombali dove lo sguardo di ciò che li circonda affonda nel nulla». Ha ragione, ragionissima. Meglio, molto meglio abitare in una megavilla a Galbiate, lassù in Brianza, dove lo sguardo si perde in ettari di bosco.
Ormai Celentano è lanciato. E offre la sua personalissima spiegazione allo «stato di malattia nella quale ora si trova il pianeta». Provate a trovare il reo. Bush? Acquissima. Napoleone? Sempre acqua. Bisogna tornare più indietro. Giulio Cesare? Ancora più giù. Noè? Fuocherello. Adamo ed Eva, signori miei, sono loro i veri colpevoli della drammatica situazione del mondo. Adriano non li nomina, non si sa mai con le querele, ma il riferimento è lampante: «... quei due amanti che non si accontentarono della straordinaria ricchezza di cui godevano e, che soltanto a loro era stata donata». Perfino Castaldo si sente mancare e dalla posizione ginocchioni rischia lo svenimento sotto l’incalzare della Nuova Bibbia, scordando così di chiamare la Croce Verde: «Uno strisciante, già politico fin dalla prima ora, disse ai due amanti che se avessero mangiato quel frutto, sarebbero diventati loro i padroni del giardino. E loro, non accorgendosi che praticamente erano già i padroni, non se lo fecero ripetere due volte. Così vollero appropriarsi dell’unica cosa di cui non avevano bisogno: il Male».
Dal Male al Bene il passo è corto. Tranquilli dunque Celentano è ottimista sul futuro: «Malgrado la malvagità che ci circonda, c’è ancora tanta gente buona nel mondo». La ricetta adrianesca è ovviamente pronta: «La prima cosa da fare è sedersi attorno a un tavolo e convocare il P13+1». Ohibò e chi sarebbero i magnifici quattordici? Con la consueta modestia Celentano si sottrae: «Io non so se potrò esserci, l’importante però che ci siano Prodi, Berlusconi, D’Alema, Fassino, Veltroni, Bossi, Fini, Casini, Pecoraro Scanio, Bertinotti, Mastella, Di Pietro, Diliberto e il Dalai Lama». Con un’eventuale aggiunta: «... se poi vediamo che le cose peggiorano chiameremo anche i cinesi, visto che il Papa ci tiene». E se non bastasse quel miliardo e mezzo di persone, si può aggiungere anche Castaldo. Quando rinviene, beninteso.