Celentano in tivù: un profeta troppo molleggiato

Come ci sono libri che si possono stroncare senza averli letti, così si possono stroncare spettacoli che non si sono visti. Alcuni nomi sono una garanzia: se li conosci li eviti. Mi sono tenuto quindi alla larga da Rockpolitik. Perché Adriano Celentano è uno straordinario menestrello, per quella voce così particolare, struggente per tante canzoni, i cui testi peraltro sono stati scritti da altri, che hanno ritmato gli amori della nostra adolescenza e della nostra giovinezza, ma non può essere preso sul serio come maître à penser e nemmeno come guru per meno abbienti. Non si può avere tutto dalla vita: Dio gli ha dato la voce, non il ben dell’intelletto e neppure l’alfabeto. Mi ricordo Fantastico e le lunghissime, imbarazzanti, penose pause che i critici compiacenti e paraculi si affrettarono a tradurre in «silenzi dal profondissimo significato», mentre quello non sapeva proprio cosa dire o se l’era dimenticato. È un confuso, supponente, che fa affermazioni perentorie che non hanno né capo né coda, in genere in totale contrasto l’una con l’altra. Non conosce il principio di non contraddizione, Aristotele per lui è un giocatore del Brasil, ignora la logica binaria ma anche primaria, non sa organizzare un pensiero. Uno strazio. Inoltre è difficile prendere sul serio uno che fa del pauperismo spicciolo, sulla pelle degli altri, essendo ricco a palate, che se la dà da ecologista e per costruire, sopra il lago di Lecco, le sue cinque o sei ville, che sembrano le case dei puffi, colorate a strati, come il marzapane, ha fatto spaccare una mezza montagna, che se la tira da uomo del popolo e ogni volta che entra in questa sorta di «Domus aurea» dice agli operai, che hanno appena finito il lavoro, «Non mi piace, ricominciate da capo» e tien lì della gente, per questi suoi capricci megalomani, da un quarto di secolo, come gli schiavi. Celentano nella sua vita avrebbe dovuto accontentarsi di cantare, ballare e suonare la chitarra, smettendola anche a tempo debito, perché non c’è spettacolo più penoso di uno che a settant’anni si dimena come quando ne aveva venti ed è mentalmente rimasto, ad essere molto indulgenti, a quell’età. Un po’ come il suo quasi coetaneo Gino Paoli che canta ancora «Che cosa ne farò della mia libertà-a-aa...» (se non l’hai ancora capito, vecchio Gino, è meglio che te ne resti a casa) o Joan Baez che, vestita da sciuretta, ripete talmudicamente le strofe libertarie e hippiesche che la resero famosa mezzo secolo fa. Non hanno saputo invecchiare con la dovuta decenza. E così, Adriano Celentano, “il molleggiato” del tempo che fu, fa il profeta in tv. La strillatrice televisiva Simona Ventura, sottratta al ricamo e al ferro da stiro, ha dichiarato, non senza compiacersene, che «un minuto in tv vale un anno di cinema» (Corriere della Sera, 22/7/05). E qui sta il punto. Questi personaggi, e chi li vede e li ascolta, scambiano la potenza del mezzo con la propria. E la potenza della tv, com’è arcinoto, è enorme. Non per una sua qualche straordinaria sofisticatezza tecnologica, perché «fa vedere» - anche il cinema «fa vedere» ma bisogna perlomeno uscire ed entrare in una sala o comprare un dvd - ma per il semplice fatto che è piazzata a priori in casa nostra e trasmette «in tempo reale». Per cui è come se tutti vedessimo contemporaneamente lo stesso film. Si spiega così perché sono i Celentano, le Ventura, i Costanzo e compagnia cantante a dare oggi le categorie al grosso pubblico, a dettare i codici di comportamento, i gusti, il costume, la morale, la politica, mentre un tempo questa funzione spettava ad Aristotele e Platone, ai Padri della Chiesa, a Tommaso d’Aquino e alla Scolastica, in età moderna a Kant, a Hegel, a Fichte, a Schopenhauer, a Nietzsche, a Marx e in tempi ancora recenti a Benedetto Croce, ad Arturo Carlo Jemolo, a Pier Paolo Pasolini, in Italia, a Thomas Mann e Hermann Hesse in Germania, a Bertrand Russel in Inghilterra, a Ortega y Gasset in Spagna, a Sartre e Camus in Francia. Oggi abbiamo Celentano. È un segno dei tempi televisivi.