Celeste Moratti Tutta New York e famiglia

Anima metropolitana e spirito surreale, grande voglia di abitare il mondo ma fortissimo senso degli affetti e della famiglia, irresistibile spinta a sperimentare e piedi ben piantati a terra: Celeste Moratti è la sintesi della milanesità, impastata com’è di radici pragmatiche e dinamismo istintivo. Trentacinque anni, rampolla di una delle famiglie più in vista della città, figlia di Massimo e Milly, nipote di Letizia, Celeste ha deciso molto presto che sarebbe stata alla ribalta anche lei, prima o poi. Ma la ribalta vera, fatta delle tavole di legno del palcoscenico: «Ho sempre voluto recitare, anche se ci ho messo molto tempo per prendere la decisione. Perché quando dici “Voglio fare l’attore” spesso non ti prendi sul serio nemmeno tu. È un po’ come dire “Voglio fare il calciatore”». E Celeste che cosa pensano i calciatori lo sa di certo meglio di noi.
L’intervista prende il via alla fine di una delle ultime giornate di prove per il suo spettacolo Angelina, che debutterà a Milano il 17 aprile. A dirigerla sarà Dario D'Ambrosi, uno dei suoi pigmalioni, il regista e attore che ha fondato il «teatro patologico» e che a New York è in grado di fare anche un mese di tutto esaurito al LaMaMa, il più grande complesso teatrale off Broadway che ci sia a downtown. Quello che ha ospitato De Niro e Harvey Keitel, dove ha debuttato Danny De Vito, il fulcro del teatro sperimentale.
Lei ha una laurea in filosofia e alle spalle la famiglia che sappiamo. Come le è venuto in mente di andarsene da Milano per recitare a New York?
«Mi è capitato tra le mani un libro di Stella Adler, la grande attrice americana che ha insegnato a recitare a Marlon Brando. È morta nel 1992, ma la sua scuola, un conservatorio dove si esce dopo tre anni intensi in cui ti insegnano tutto, dalla danza alla recitazione alla musica, è una delle più famose di New York. Ho deciso di fare il provino per entrare. Eravamo un migliaio a concorrere. Ne hanno presi diciotto. Una di questi ero io. Quando mi sono diplomata ho continuato a lavorare lì e poi sono arrivati i primi ruoli».
E tutto questo a Milano non avrebbe potuto succedere?
«In America è tutto diverso: là un attore è un professionista vero, considerato allo stesso livello di qualsiasi altra figura che partecipa allo spettacolo. E il teatro è un bene di largo consumo: la gente va a teatro allo stesso modo in cui va al cinema, senza pompa o boria, senza considerarlo una cosa “vecchia” e polverosa. Tutto è più rilassato, non ingessato, naturale. C’è più curiosità e più umiltà culturale. A New York ci sono cinquecento teatri».
E a Milano?
«Veramente non lo so, ma giurerei che sono troppi di meno. Se la gente va a teatro, ci sono anche più soldi per il teatro».
Allora non è vero che New York e Milano sono simili.
«Invece è verissimo. Sono due città nevrotiche, che per me è una caratteristica positiva. Quando devo descrivere Milano ai newyorchesi dico che è la New York d’Italia. Magari a Milano manca un po’ di vivacità culturale. Diciamo che New York è una combinazione di Milano e Napoli».
Però lei nella sua città ci torna appena può.
«Per me tornare a Milano è un fatto di nostalgia. Per la città, ma soprattutto per la famiglia. Milano significa casa, e infatti quando torno sto sempre dai miei. E appena arrivo capisco che mi mancava il centro storico e che avevo nostalgia del colore di Milano. Uno, ma inimitabile e amatissimo dai milanesi: il grigio».
I suoi ricordi più forti di Milano a che cosa sono legati?
«All’infanzia. I giri intorno al laghetto dei Giardini Pubblici, che da piccola detestavo, ma che poi mi è mancato un sacco. E il cinema Arti, bellissimo, che quando l’ho visto chiuso mi si è stretto il cuore. E poi il cinema d’essai De Amicis, dove passavo interi pomeriggi coi miei compagni di università appassionati di rassegne giapponesi. Hanno chiuso anche quello».
Lei sembra legatissima alla famiglia. Come ha comunicato loro che voleva partire per fare l’attrice?
«Non c’è stato un momento preciso in cui gliel’ho detto. La mia famiglia non mi ha mai imposto nulla. Non mi hanno mai detto devi fare l’avvocato o una professione di un certo tipo. Sono partita dicendo che andavo a fare un corso di regia, il che in effetti era vero. E quando sono tornata ero già attrice e non c’era più nulla da dire».
Ma vengono ad applaudirla?
«Certo. Sono venuti a New York a vedermi in Crazy Sound di D’Ambrosi e in altri spettacoli. Vengono e si divertono. Diciamo che se anche hanno pensato che avrei potuto fare altro nella mia vita non me lo hanno mai detto. E poi in famiglia facciamo tutti professioni creative».
Negli ultimi anni lei ha lavorato molto con Dario D’Ambrosi, che costruisce i suoi spettacoli insieme ai suoi matti. Anche lei li ha conosciuti?
«La prima cosa che ho pensato quando son entrata in contatto con loro è che siamo tutti come i matti: anch’io ho quelle stesse reazioni violente e quegli stessi entusiasmi. Ma le nascondo con schermi e difese. Poi ci ho lavorato e mi ha colpito vedere quanto sono bravi. Bisogna mettere da parte qualsiasi tipo di snobismo, perché i matti sono l’essenza di quel che dovrebbe essere un attore e fanno solo le cose giuste. Il candore e la primitività li rendono bellissimi sul palcoscenico».
Il 17 aprile a Milano debutterà con Angelina. Che genere di spettacolo è?
«È la storia di due sorelle, ambientata nella Milano degli anni Sessanta. Io sono Angelina, la sorella malata. Gianna Coletti è Sofia, che si prende cura di me. Il tema centrale è il rapporto tra la vicinanza con la morte e il candore dell’ignoranza. Mi vedrete anche improvvisare in dialetto milanese».
Lei parla il milanese?
«Lo conosco molto bene perché le mie nonne parlavano in dialetto».
E che cosa ricorda di quel che le dicevano?
«Beh, la cosa che ricordo meglio non posso dirla. È una parolaccia milanese molto popolare: va' a da' via...»
Abbiamo capito. L’ultima domanda è d'obbligo: lei è tifosa?
«Ma certo. Naturalmente interista. Diciamo che lo sono diventata per motivi di affetto familiare, quando mio padre ha iniziato a portarmi allo stadio. Ma devo dire che da allora non mi dispiace affatto seguire le partite. Anzi».