Celestini regala un poetico collage di storie di vita

Ascanio Celestini il suo ultimo lavoro lo ha voluto intitolare Appunti per un film sulla lotta di classe. E non senza ragione, visto che in questo nuovo collage di storie e di vita contemporanea, la sua scrittura - frutto, come sempre, di una solida ricerca sul campo (stavolta si tratta del «campo minato» del lavoro precario) - procede per frammenti, salti, divagazioni, che alla fine si ricompongono in un puzzle quanto mai eloquente e che trovano un complemento indispensabile nella musica eseguita dal vivo (al violoncello Roberto Boarini, alla fisarmonica Gianluca Casadei, alla chitarra Matteo D’Agostino). Tanto che verrebbe da pensare che, al di là della tematica trattata, gli «appunti» evocati nel titolo potrebbero essere espressione anche di un nuovo percorso creativo, di un Celestini rinnovato o, perlomeno, esploratore di linguaggi inediti.
La più bella sorpresa dello spettacolo sta, infatti, nelle canzoni/ballate di cui l’atto-autore romano firma i testi (su musiche originali di D’Agostino): spaccati di umanità in cui il suo inconfondibile stile narrativo, la sua fantasiosa capacità di parlare per immagini e metafore (semplici ma disarmanti), il lirismo cantilenante di quelle ripetizioni così care alla narrazione orale non solo rimandano alla felice stagione della canzone d’autore italiana (De André, De Gregori, Guccini), ma si vestono pure di abiti estremamente teatrali. E se i brani di cui parliamo Celestini li riserva all’epilogo (anzi, tre canzoni le canta all’interno di un fuori programma strutturato come uno work in progress, una situazione di «prova»), l’intera pièce è costellata di intarsi musicali che sembrano completare - ed enfatizzare - il racconto/denuncia affidato alle parole. Un racconto/denuncia che, prendendo le mosse dalla realtà professionale dei 4000 lavoratori di un grande call-center della periferia di Roma, parla di contratti a termine simili a bombe ad orologeria, di flessibilità da intendersi - più modernamente - come «plasticità», di escrementi che invadono il mondo, di riviste femminili che inducono depressioni, di supermercati dove è possibile incontrare un Dio mascherato, di cessi che assurgono ad emblema di un’epoca (la nostra). Un racconto/denuncia che soprattutto parla di giovani che vogliono rivoluzionare il mondo pur sapendo bene che, mentre le parole si possono rovesciare, il mondo no; di giovani che si illudono di «attraversare i muri» pensando con questo di sovvertire l’ordine sociale, la legge dei padroni, le contraffazioni televisive e pubblicitarie. Qualcosa suona forse «antico», qualcos’altro fin troppo didascalico e demagogico. Ma la sostanza c’è: eccome. E non lascia scampo perché trasuda disincanto da tutti i pori, facendo leva sull’intelligenza di un artista che non perde mai il contatto con la realtà e che cerca nuovi modi per raccontarla. Applausi meritatissimi e sala (quella dell’Ambra Jovinelli dove si replica fino a oggi) stracolma di gente.