In cella con Bibbia e rosario: la via crucis degli scalatori

Se Fiorani si è rifugiato nelle lacrime e nella religione, Boni non ha perso la grinta: «I 3mila euro nella mia Cayenne? Servivano per la benzina»

da Milano

Una notte infinita, quella dei banchieri arrestati e condotti dai militari della Guardia di finanza nell’ufficio matricole di San Vittore, dove si sbrigano le ultime formalità prima della cella. Proprio lì, martedì notte, Fiorani e il suo braccio destro, l’ex direttore finanziario Gianfranco Boni, si sono incrociati l’ultima volta. Chi poteva immaginarselo, solo qualche settimana fa, che in una notte di dicembre nel salone gelido delle matricole, Boni e Fiorani sarebbero stati scortati a San Vittore pronti per andare in cella, scambiandosi l’ultimo saluto?
Due complici, per l’accusa. Due uomini agli antipodi di fronte al mandato di cattura, ai capi d’imputazione, agli agenti, al buio di San Vittore. Fiorani varca la soglia del carcere incurvato, smagrito, smarrito. Tenendo per mano, si mormora, persino uno dei suoi rosari. In tasca una Bibbia, l’unico libro che Fiorani si è portato in carcere. Per rileggere il Vangelo di San Matteo, le pagine che preferisce del testo sacro. Non ha più lacrime, ci sarebbe da dire. È stato portato via dalla casa a Lodi dopo aver pianto come una vite spezzata, e aver salutato i tre figli che con gli inquirenti in casa sono andati da un vicino parente. Una casa museo, quella di Fiorani. Lontana per stile e sfarzi dalla villa di lusso a Cap Martin. Qui a Lodi fede e discrezione. Ecco una grande acquasantiera in sala, icone sacre appese dappertutto, libri antichi e saggi su Cristo custoditi in eleganti librerie.
Ci sono anche i regali ricevuti dal governatore, in casa Fiorani. Poca cosa, dicono gli investigatori, rispetto a quella lista conservata dal banchiere di Lodi sui cadeau girati ai personaggi istituzionali per Natale e per gli anniversari importanti.
Diverso, invece, l’arresto di Boni. «Sono pronto, vi seguo». Quattro parole in tutto, la sacca con un paio di ricambi. E quando gli hanno trovato tremila euro nel cruscotto della Cayenne, ha reagito con una battuta: «Mi servono per fare il pieno». E poi a San Vittore in silenzio. Anche la moglie è di poche parole. Risponde lei al cellulare del marito con la voce inevitabilmente rotta dal pianto: «Lasciateci stare, stiamo vivendo un momento durissimo». E riattacca.
Le perquisizioni, per tornare alla notte della retata, hanno fatto emergere qualche annotazione di interesse. A cominciare dagli appunti sulle accuse dei Pm, scritte di pugno proprio da Fiorani. Sempre a casa sua, infatti, gli inquirenti hanno aperto armadi, svuotato cassetti. Sono saltati fuori atti, documentazione della banca. Alcuni ancora con il vecchio logo di Bpl. E, appunto, diversi manoscritti del banchiere sulle grandi operazioni finanziarie dell’estate e sulle accuse mosse dai magistrati di Milano e di Roma.
Negli ultimi mesi, infatti, Fiorani rileggeva le carte dei 22 faldoni depositati ad agosto dai Pm, annotava qualche riflessione, qualche commento, qualche suggerimento da inoltrare al difensore, l’avvocato Mucciarelli. La Guardia di finanza ha sequestrato tutto, trovando in alcuni fogli delle indicazioni utili all’inchiesta. Altre carte sono saltate fuori dai cassetti della scrivania di Boni. Anche qui valuterà la Procura.
È finita con un viaggio a vuoto, invece, la visita a casa del consulente svizzero Paolo Umberto Giulio Marmont du Haut Champ, cognome nobile con parenti illustri tra gli scienziati italiani. Gli inquirenti nemmeno sono andati a bussare, martedì notte, nella casa del manager, già ai vertici del comparto svizzero della banca. Sapevano che era in Svizzera. Intervistato martedì sera da il Giornale aveva detto: «Valuterò con i miei legali se tornare in Italia». Ma da allora non si è più visto né sentito.