In cella il gip fissato con le armi Nella sua casa c’era un arsenale

BariNella sua casa di Molfetta, una quarantina di chilometri da Bari, ha oltre mille armi da fuoco: forse 1200, forse di più, tutte comunque regolarmente denunciate. Ma secondo i carabinieri l’ultimo arrivo dell’imponente collezione custodita dal gip del tribunale di Bari, Giuseppe De Benedictis, va classificata come un’arma da guerra: per questa ragione il giudice è stato arrestato con il beneficio dei domiciliari su disposizione della magistratura di Santa Maria Capua Vetere.
Il provvedimento è scattato al termine di una perquisizione nell’appartamento. Secondo quanto emerso dalle indagini, il gip ha acquistato una carabina in un’armeria della provincia di Caserta ma quando è tornato a casa ha notato la sgradita sorpresa: ha aperto l’involucro e ha scoperto che spara a raffica, insomma si tratta di un’arma da guerra di cui è vietata la vendita. Il magistrato ha subito telefonato al titolare dell’armeria – il cui numero sarebbe sotto controllo nell’ambito di un’altra indagine - spiegando quanto accaduto e annunciando che nel giro di pochi giorni avrebbe restituito personalmente l’arma. Nel frattempo il giudice, insieme alla moglie, è andato con urgenza per motivi di salute a Milano dove avrebbe saputo che i carabinieri avevano necessità di compiere una perquisizione nel suo appartamento; per questo è tornato di corsa a Molfetta e ha partecipato ai controlli. I militari in casa hanno trovato e sequestrato la carabina e a quel punto è scattato l’arresto ai domiciliari per detenzione illegale di arma da fuoco. L’udienza di convalida si terrà oggi dinanzi al gip del tribunale di Trani. Ma intanto, la notizia ha suscitato un polverone a Bari, dove è in corso un convegno nazionale della giustizia al quale partecipano i procuratori di mezza Italia e il vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti. «Sicuramente è un episodio doloroso», dice il procuratore di Bari Antonio Laudati.
De Benedictis è un giudice molto noto, non solo in Puglia: in passato finì al centro di aspre polemiche per aver definito in un provvedimento «fiancheggiatori delle forze della coalizione angloamericana e mercenari» i quattro italiani sequestrati in Iraq tra cui Fabrizio Quattrocchi poi ucciso dai terroristi; in quella circostanza intervenne anche il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, il quale disse che avrebbe mandato il magistrato in Iraq e in Afghanistan. Ma De Benedictis è anche il giudice che nel giugno 2006 firmò un’ordinanza di custodia cautelare (poi revocata) nei confronti, tra gli altri, dell’ex governatore della Puglia e attuale ministro degli Affari regionali Raffaele Fitto nell’ambito di un’inchiesta su una presunta tangente all’imprenditore Giampaolo Angelucci: la Camera negò l’autorizzazione a procedere. E sempre De Benedictis si occupò del caso di Ciccio e Tore, i fratellini scomparsi a Gravina: il gip nel novembre del 2007 dispose l’arresto del padre, Filippo Pappalardi, che poi fu scarcerato quando si scoprì che i bambini erano in realtà caduti accidentalmente in una cisterna. L’inchiesta è stata archiviata e l’uomo ha presentato una richiesta di risarcimento danni per ingiusta detenzione da 516mila euro.
De Benedictis sarebbe dovuto tornare in aula il 4 novembre per decidere su una questione bollente che pende da tempo sui destini di Bari. Vale a dire il caso Punta Perotti, la storia infinita di tre palazzoni realizzati sul lungomare da una cordata di costruttori tra cui il gruppo Matarrese. Il sindaco, Michele Emiliano, dopo che una sentenza della Cassazione ha disposto il passaggio degli immobili nel patrimonio del Comune, li ha fatti demolire: al loro posto è stato allestito un parco. Ma la vicenda è tutt’altro che chiusa. Al contrario, i Matarrese – che hanno presentato una richiesta di risarcimento da oltre 500 milioni - si sono rivolti al Consiglio europeo per i diritti dell’uomo. Risultato: la confisca dei suoli è stata ritenuta «arbitraria» e l’Avvocatura dello Stato ha presentato un incidente di esecuzione chiedendo la restituzione ai costruttori, ipotesi a cui è favorevole anche la procura.