"In cella per un pettegolezzo Woodcock mi ha rovinato"

Dramma di un costruttore travolto dall’inchiesta flop del pm: arrestato, assolto e risarcito per un processo finito nel nulla

Per tutto il dopoguerra l’impresa di famiglia, la Sparaco Spartaco spa, è stata una bandiera nel mondo dell’edilizia romana. Oggi di quell’avventura imprenditoriale non resta più nulla. «Solo i rottami e la mia desolazione di costruttore finito nel nulla», spiega l’ingegner Luigi Sparaco. Oggi, oggi che l’hanno assolto da tutte le accuse e gli hanno restituito l’onore, il sessantasettenne Sparaco può raccontare il suo dramma: il disastro di un imprenditore travolto da una delle tante inchieste nate alla Procura di Potenza, negli uffici del pm Henry John Woodcock, lo stesso che nelle scorse settimane ha ordinato le perquisizioni del direttore e del vicedirettore del Giornale. Quell’indagine, accompagnata all’inizio da articoloni e titoli a tutta pagina dei giornali, si è poi progressivamente spenta, almeno per il filone che riguarda Sparaco, fino al nulla di fatto finale. «Ma ormai - riprende lui - era troppo tardi per riprendere, per ripartire, per ricominciare. I miei mille dipendenti se ne sono andati, i cantieri si sono fermati, quel che resta è in concordato preventivo. E’ finita, complice anche una debolezza finanziaria che ci portavamo dietro da tempo e le oggettive difficoltà del settore: non sono riuscito a far andare avanti l’azienda che papà aveva fondato negli anni Quaranta e che nel dopoguerra aveva realizzato gli uffici giudiziari di piazzale Clodio, nella capitale. Mi spiace dirlo, ma Woodcock e il gip che ha firmato i provvedimenti chiesti dal Pm mi hanno rovinato la vita».
Tutto comincia con l’arresto, il 2 luglio 2002. «Bussarono alla porta e mi trovai in manette, nell’arco di cinque minuti. Ero accusato da Woodcock di associazione a delinquere e corruzione perchè avrei comprato la benevolenza del direttore generale dell’Inail, Alberigo Ricciotti, regalandogli un appartamento in cambio di alcuni appalti. Ero sbigottito e a Regina Coeli incontrai proprio Ricciotti che mi disse: “Ma lei è pazzo? Perchè inventa queste menzogne?“ “No, riuscii a rispondergli prima di essere trasferito a Potenza, io non ho raccontato proprio nulla e non so nulla“».
Si può credere a Sparaco e si può naturalmente dubitare del suo racconto. Ma certo, la sua storia è parallela ad altre, ambientate a Potenza, che il Giornale ha raccontato in questi anni. «In sostanza - prosegue l’ingegnere - qualcuno nel corso di un interrogatorio aveva farfugliato e riferito una voce, un pettegolezzo raccolto da qualche parte: io avrei regalato un appartamento a Ricciotti. Sulla base di una chiacchiera, non verificata e non verificabile, sono finito in manette. L’appartamento non c’era, non c’era il minimo riscontro, non c’era nulla».
Non importa. Sparaco resta in carcere per venti giorni, poi trascorre più di due mesi agli arresti domiciliari. Ma il trattamento peggiore lo subisce l’impresa: Woodcock chiede e ottiene il commissariamento della Sparaco Spartaco e in più lo stop, per un anno circa, dei rapporti con la pubblica amministrazione. «Noi lavoravamo solo con la pubblica amministrazione, dunque quelle misure sono state la nostra fine».
I contratti saltano, le banche chiudono i rubinetti ed esigono la restituzione dei finanziamenti erogati, i cantieri si bloccano. E il commissario fa quel che può nel mare in tempesta. «Fatturavamo cento milioni di euro l’anno e avevamo sempre avuto i bilanci in attivo, ma nel giro di pochi mesi siamo arrivati al capolinea. Certo, avevamo anche altri problemi, il cocktail è stato micidiale».
Intanto, secondo un copione già visto altre volte, Potenza cede, per competenza, l’inchiesta a Roma. Sparaco viene rinviato a giudizio e poi processato. In aula le accuse cadono, sia pure con esasperante lentezza. Una complessa perizia dimostra che appalti e subappalti sono stati sostanzialmente regolari: la Sparaco Spartaco aveva costruito la casa dello studente a Verona e stava realizzando l’ospedale a Orbetello, uffici per l’Inail a Legnano, Ferrara, Marghera. I prezzi in qualche caso sono saliti, ma erano pur sempre congrui, non ci sono stati ricarichi significativi. Nel 2009, sette anno dopo l’inizio, il tribunale di Roma assolve l’ingegnere e nessuno fa appello. Il caso va in archivio, ma troppo tardi. «Ormai la Sparaco Spartaco non esiste più». Lui può solo rivolgersi alla corte d’appello di Roma che qualche settimana fa gli riconosce un indennizzo di 11.557 euro per l’ingiusta detenzione subita. Ovvero, a spanne, 235 euro e spiccioli per ogni giorno trascorso in cella e la metà per quelli passati forzatamente in casa. Davvero poco per una storia imprenditoriale finita nel nulla. Oggi le gru della Sparaco Spartaco non svettano più nelle strade della capitale.