Celli: "Giusto sapere a chi vanno i soldi di tutti"

Pier Luigi Celli, che oggi è amministratore delegato dell’Università Luiss di Roma (privata), è stato un manager di vertice in società dell’universo pubblico e privato: dall’Eni all’Enel, dalla Rai a Unicredit. Gli chiediamo: a quale dei due mondi si sente di appartenere maggiormente?
«A entrambi. Ho sempre lavorato senza pensare a etichette. E ho sempre guadagnato in termini morigerati. Non sono mai entrato nelle classifiche dei più pagati...».
Non so se farle i complimenti o meno...
«Alla lunga aiuta, mi creda».
Che differenza c’è tra un manager pubblico e uno privato?
«Se uno fa bene il suo mestiere, nessuna. Le pressioni ci sono ovunque, da una parte la politica e dall’altra gli azionisti. Il privato è più esigente sul piano dei risultati, e anche per questo nel pubblico si guadagna mediamente di meno».
Davvero?
«Sì, retribuzioni più elevate si riscontrano casomai nel mondo semipubblico, le vecchie partecipazioni statali, oppure nei settori protetti, gli ex monopolisti che forse sono società un po’ più ricche».
Secondo lei c’è un parametro da seguire perché lo stipendio di un supermanager sia comunque equo?
«Un parametro non esiste: ma se l’indennità dell’amministratore delegato supera di centinaia di volte la busta paga di un impiegato, allora siamo fuori dal campo dell’equità. Un criterio, certo, è quello della crescita di valore: ma con continuità, non con archi temporali brevi. Un compenso troppo alto poi rischia di squilibrare il clima nell’ambiente di lavoro, di suscitare invidie, con la conseguenza di disincentivare la collaborazione nella squadra: chi guadagna molto meno può sentire di appartenere a un’altra categoria».
Che cosa pensa dell’iniziativa del ministro Brunetta di dare trasparenza ai compensi dei pubblici amministratori?
«Trovo che sia giusta. Nel settore pubblico le risorse vengono, tutto sommato, da tutti, e quindi è giusto che il contribuente sappia».
Non vede il pericolo di alimentare un clima da caccia alle streghe, dove il manager è l’obiettivo di un nuovo modello di lotta di classe?
«Non credo. I superpagati sono pochi, la maggioranza dei dirigenti non guadagna esageratamente e oggi molti di loro stanno perdendo il lavoro. Certo, il fatto isolato è sempre possibile. Ma è importante la continuità di certe informazioni. Mi spiego meglio: se si pubblicano le liste dei compensi una volta tanto, la cosa rischia di essere strumentale e strumentalizzata. Se si rende stabile e obbligatorio che tali informazioni siano a disposizione di tutti, la cosa assume caratteristiche di normalità».
Solo per i manager pubblici?
«Prima di loro, i politici».
Per i politici l’obbligo c’è già.
«Sì, ma con vari distinguo... Basterebbe rendere pubblico l’elenco dei parlamentari che hanno regolarizzato il rapporto di lavoro con i propri portaborse, per dare un valido contributo a trasparenza e moralità».