Cellino, fuggito a Miami per gli ultrà

Una lettera minatoria nell’aprile 2005: "Vattene da Cagliari e vendi a Tusacciu o è peggio per te e la tua famiglia"

Una vita per il Cagliari, a costo di innumerevoli sostituzioni di allenatori e di ancor più incalcolabili, vulcaniche arrabbiature. Per poi sentirsi dire che quella sua vita era in pericolo proprio a causa della squadra.
Nel calcio italiano che fa i conti con i suoi morti e i suoi scheletri negli armadi, anche Massimo Cellino, presidente del club sardo, porta una testimonianza. Idealmente, ma anche letteralmente. Come riportato da Edoardo Pisano sul quotidiano Il Sardegna, il patron dei rossoblù è infatti intervenuto al processo per minacce all’ultrà William Portoghese, raccontando la sua storia: al tribunale di Cagliari è andato così in scena l’ennesimo atto di quello spettacolo a metà tra il tragico e l’osceno rappresentato dai rapporti tra tifoserie organizzate e società.
«Vattene e vendi la squadra a Tusacciu, altrimenti ammazzo te, approfitto di tua moglie e prendo i tuoi figli». Questo il messaggio agghiacciante trovato nella cassetta delle lettere dalla consorte di Cellino nell’aprile 2005. Una minaccia mirata ad obbligare il marito a cedere la società a un imprenditore gallurese - Edoardo Tusacciu, appunto - originario di Calangianus. Un’estorsione come quelle di cui sono sempre più spesso oggetto i dirigenti di calcio e che presenta molti punti di contatto con la brutta storia degli Irriducibili. Alcuni esponenti del gruppo laziale della Curva Nord sono infatti sotto processo per aver cercato di costringere il presidente Claudio Lotito a vendere il club a Giorgio Chinaglia (a sua volta oggetto di mandato di cattura e trasferitosi negli Stati Uniti). Senza contare poi la testa di capretto fatta trovare sotto l’albero di Natale al direttore sportivo del Palermo Rino Foschi, o l’indagine di Monza che vedrebbe alcuni ultrà milanisti invischiati in una faccenda di ricatti. Fatti recenti, di cui Cellino è però stato triste ma silenzioso anticipatore.
«La mia famiglia era nel panico dopo la minaccia di morte. Per questo ci siamo trasferiti a Miami», ha rivelato il presidente del Cagliari, che aveva denunciato il fatto ma aveva evitato di renderlo pubblico. La sua repentina fuga in Florida era così stata accompagnata, due anni fa, da malelingue su presunte malefatte finanziarie, per le quali nello Stato americano non vige l’estradizione. Oggi, invece, Cellino emerge semplicemente come l’ennesimo dirigente a pagare in prima persona le distanze prese dalle frange più esagitate della tifoseria. «Tifosi» che sembrano sempre più membri della criminalità organizzata piuttosto che hooligans.
William Portoghese, l’ultrà accusato di essere la mano nascosta dietro il messaggio, è un membro del gruppo dei «Furiosi»: ad inchiodarlo sarebbe la perizia calligrafica, commissionata dal magistrato Gaetano Porcu. Ora che è dietro la sbarra di un tribunale, però, l’incubo non è finito. Quanto accaduto a Catania, insieme con le pressioni che i presidenti in questi giorni stanno decidendosi a denunciare, rendono ben più fosco il quadro della situazione: «Da presidente di una squadra di calcio - spiega infatti Cellino - di minacce ne ricevo moltissime. Per questo mi sono trasferito». Come se fosse naturale. Come se, davanti alla violenza ultrà, l’unica risposta rimasta fosse la fuga.