Il cellulare di Chiara aiuta la difesa di Stasi

DUBBI Due anni fa si pensava che la ragazza fosse stata uccisa con un martello

MilanoQuesta volta siamo dalle parti di Psyco. E di Hitchcock. Chiara Poggi potrebbe essere stata uccisa con un grosso paio di forbici da sarto. L’ipotesi è dei consulenti della Procura di Vigevano ed è contenuta in una relazione firmata da Marco Ballardini e Giovanni Pierucci, due medici legali chiamati, con molti altri scienziati, al capezzale di questo processo sempre più confuso e indecifrabile.
A suo tempo, il gip Stefano Vitelli, per diradare le nebbie che avvolgevano il giallo di Garlasco, aveva ordinato perizie a raffica in tutte le direzioni. Ma i risultati di queste analisi, che hanno trasformato il dibattimento contro Alberto Stasi in una sorta di laboratorio, sfuggono come saponette fra le mani del giudice. A questo punto non si riesce più a capire bene quasi nulla, perché tutto è oggetto di interpretazioni, compatibilità e possibili nuove verifiche. Sappiamo solo che Alberto lavorò al suo computer dalle 9.36 in poi di quel terribile 13 agosto 2007 e quindi il giovane si è ritrovato con un alibi insuperabile per buona parte della mattinata. Ma non per tutta. Per questo sarebbe utile, molto utile, mettere in fila ed incastrare come tessere di un puzzle tutti gli elementi, ma così non è. Quanto durò l’aggressione a Chiara?
Sappiamo dall’ennesimo luminare, il professor Lorenzo Varetto, che «si svolse in due fasi cronologicamente ben distinte», ma in un primo momento Varetto ci aveva fatto capire che il massacro sarebbe andato avanti «per alcune decine di minuti». Ora, ad una seconda lettura, par di capire che potrebbe essersi protratto per una ventina di minuti. E venti minuti, magari anche qualcosa meno, potrebbero pure incastrarsi dentro la finestra temporale di ventisei minuti, fra le 9.10 e le 9.36, in cui la parte civile ipotizza sia avvenuto il crimine. Perché alle 9.10 Chiara disinserisce l’allarme perimetrale e alle 9.36 è Alberto ad accendere il suo pc. Ma se i venti minuti fossero trenta o quaranta, allora il discorso sarebbe chiuso. E Stasi prosciolto in carrozza.
Fra le tante assenze di questa storia, manca l’arma del delitto. Due anni fa, nella relazione in coda all’autopsia, proprio Ballardini aveva parlato di un oggetto contundente, con stretta superficie battente, uno spigolo molto netto, una punta. Tutti avevano pensato ad una piccola piccozza, o a un utensile da giardinaggio o, infine, ad un martello con la punta a rondine. Qualche tempo fa, nel catalogo degli orrori era entrato anche il portavasi in ferro battuto trovato vicino all’ingresso, nella villetta del delitto. E la parte civile aveva annunciato la richiesta di nuovi accertamenti pure su quell’oggetto. Adesso si passa alle forbici da sarto e sembra di entrare in un film alla Psyco. Ma non è detto che sia così. Anzi, in aula arriva la controreplica, in diretta: le ferite alla nuca della vittima non sarebbero compatibili con le forbici. Di più, Varetto, e con lui Fabrizio Bison e Carlo Robino, esclude le forbici e ritiene più probabile un martelletto.
Ormai è chiaro, ogni esame risolve un dubbio e ne pone almeno due nuovi. Diventa davvero difficile raccapezzarsi fra elementi, indizi e suggestioni, tutti controversi. Tutti, come dire, double face. Il sangue. Le scarpe di Alberto. Il Dna di Chiara, trovato sui pedali della bicicletta. Sicuramente, la scienza ha fin qui dato una mano ad Alberto: la sua posizione, specie per via del computer, è migliorata e non poco. Oggi un’altra circostanza, oggetto di infinite disquisizioni e retropensieri perfidi, sembra miseramente naufragare. I soliti periti, questa volta gli ingegneri informatici Roberto Porta e Daniele Occhetti, presentano lo studio sulle sette telefonate partite dal cellulare di Alberto per quello di Chiara fra le 10.46 e le 10.47 di quella sfortunata giornata. Si era pensato ad un trucco, ad una sorta di diabolico tentativo messo in atto da Alberto per simulare una normalità che ormai non c’era più. Non era così. Adesso si scopre che sei di quelle telefonate non arrivarono sul cellulare di Chiara perché non c’era campo. Ecco perché Alberto provava e riprovava. Perché il portatile di Chiara non squillava. E naturalmente, anche dopo questa rilettura, i colpevolisti continueranno a pensare che Alberto sia colpevole e gli innocentisti il contrario.
Il dibattimento si fa sfiancante. E teoricamente potrebbe proseguire all’infinito. Di accertamento in accertamento. Di perizia in perizia. Di esame in esame. Doveva essere un processo con il rito abbreviato, sta diventando una maratona.
Martedì si ricomincia. E si torna su un altro rebus: le scarpe di Alberto. E la sua camminata all’interno della villetta, fra le macchie del sangue di Chiara.