La cena piccante di un D’Annunzio «alla chitarra»

Non ricordo esattamente l’anno. Ma se non fu nel 1925, fu certamente nel 1926, che la Marina Militare italiana decise di donare a Gabriele D’Annunzio, sistemandogliela fra le amene verzure del Vittoriale, la prora della nave «Puglia». Cimelio ambitissimo dal Poeta Soldato, perché su quella tolda, nel 1920, a Spalato, era stato ucciso il comandante Tommaso Gulli. L’incarico di quell’operazione, dal taglio estetico della prora, alla collocazione su un apposito basamento, fu dato al colonnello del Genio Navale Umberto Pugliese. Il quale, quando venne il giorno della solenne consegna a D’Annunzio, ottenne dal Ministero di potersi scegliere i quattro o cinque ufficiali che lo avrebbero accompagnato a Gardone. Fra gli altri, scelse mio padre. Il quale, nella sua qualità di capitano commissario, aveva curato la pratica «Stanziamento fondi relativo omaggio prora nave Puglia a G. D’Annunzio».
Mio padre, Carlo Fusco, nato fra i monti del Sannio, era arrivato alla Marina da Guerra percorrendo, come tanti giovani meridionali di buona volontà, la strada, spesso miracolosa, indicata da un cartello segnaletico che dice: «Arrivare, il più presto possibile, al primo stipendio». E come tantissimi italiani che frequentano scuole a indirizzo tecnico, disprezzava profondamente le questioni tecniche e si occupava, appassionatamente, di letteratura. Va da sé che il sommo dei suoi sommi fosse Gabriele D’Annunzio.
Quando mio padre fu informato ufficialmente che il colonnello Pugliese lo aveva incluso nel gruppetto dei suoi accompagnatori, l’idea che stava per conoscere, in persona, l’Imaginifico, alias Ariel Armato od Orbo Veggente, lo mise in uno stato quasi febbrile. Che diventò ancora più acuto e vibrante, allorché gli venne l’idea di portarmi con sé al Vittoriale. Perché (disse) sarebbe stato un vero delitto non approfittare dell’occasione per farmi «vedere, da vicino» l’ultimo Grande Italiano.

Si era in giugno. Avevo appena compiuto non so se 10 o 11 anni. Mancava una settimana alla partenza. Mi fu acquistato un vestito alla marinara bianco, completo di berretto con la scritta «Regia Nave Dante Alighieri». Dovetti imparare a memoria il sonetto «O giovinezza!» («O giovinezza, ahi me, la tua corona/ su la mia fronte è già quasi sfiorita...») nell’eventualità che l’Imaginifico mi chiedesse di recitargli qualcosa di suo.
Partimmo agli sgoccioli di quel giugno, con un treno del tardo pomeriggio, che dalla Spezia ci portò a Genova. Da dove, cambiando treno, alle prime luci del giorno, arrivammo a Milano. Quindi, si rimise in viaggio per Brescia. Dove, appena scesa dal treno, fu distribuita su due grandi automobili scure e circa un’ora dopo scaricata nell’Eremo di Gabriele, proprio di fronte alla villa denominata «La Priorìa». L’abitazione vera e propria del Filibustiere del Quarnaro. Il quale ci stava aspettando davanti alla porta della villa, con un gigante barbuto alle spalle. Me l’ero immaginato non molto alto, ma snello. Invece, era più tozzo che basso. Indossava un abito di gabardine di un marrone molto chiaro. Sulla camicia avorio serpeggiava una cravatta verde ramarro. Calzava scarpe bianche dalla mascherina cannella traforata. La testa, perfettamente calva, era un po’ incassata fra le spalle. Aveva l’occhio destro coperto da una benda nera.
«Alalà! Siate i benvenuti, uomini del mare!» salutò, con voce sottile e una punta di cantilena. Poi, porgendo una ciotola di legno, soggiunse: «Date il vostro obolo al poverello!».
Consegnò al gigante barbuto la ciotola dov’erano cadute alcune monete, quindi strinse tutte le mani, s’informò, facendomi una carezza, chi fosse il «giovanissimo nostromo biondo e bianco». Poi c’invitò a contemplare la «fatidica prora», che solo qualche ora prima alcuni arsenalotti, venuti da Venezia, avevano finito di sistemare sul basamento, in mezzo ai cipressi. Di lì, cominciò la visita al Vittoriale. Con brevi tappe al Cortile degli Schiavoni, all’Arengo, al Frutteto, al Laghetto delle Danze, alla Valletta dell’Acqua Pazza e a quella dell’Acqua Savia. Alla fine del giro, ch’era durato circa due ore e durante il quale, di tanto in tanto, il Vate mi aveva accarezzato una guancia, ci ritrovammo davanti alla «Priorìa».
«Ora i miei fidi uscocchi vi accompagneranno alla locanda» disse D’Annunzio. «Ma stasera vi aspetto alla mia mensa, per un modesto rancio. Alalà!».
«Alalà!» echeggiò la «rappresentanza». Poi, mio padre, un po’ timidamente, s’informò:
«Posso portare mio figlio anche stasera?».
«Non puoi! Devi!» rispose l’Imaginifico. «Come potrebbe mancare all’appello la presenza augurale del giovanissimo nostromo biondo e bianco?».

Non era una tavola da pranzo, quella dove sedemmo qualche ora dopo. Era una specie di altare, sul quale piatti e posate occupavano il minimo dello spazio indispensabile, in mezzo a una selva di cimeli e oggetti dal misterioso significato. Schegge d’elica, statuette di bronzo e d’argento, calici ecclesiastici, brandelli di damasco, di raso e di broccato, pugnali di tutte le fogge, caschi da aviatore, una decina fra oriflamma, gagliardetti e drappelle, fiale di cristallo colorato, un nastro da mitragliatrice con tutti i proiettili... Guardavo quel briccabracche a bocca aperta. Che stessi sognando? No. Perché sentii la mano di D’Annunzio, che mi aveva voluto accanto, sfiorarmi i capelli, mentre la sua voce cantilenante mi chiedeva: «Ti piacciono, piccolo nostromo, tutte queste cose che ricordano le mie gesta guerresche?».
Riuscii ad esalare un flebile «sì!».
«Bene!» fece lui. Poi, agitò un grosso campanello d’argento, dicendo: «Ora le mie fedeli clarisse cominceranno a servirci!».
Infatti, pochi istanti dopo entrarono le clarisse. Due donne dai capelli corvini, lunghi sulle spalle, che recavano ognuna un vassoio di metallo dorato (che fosse proprio oro?) colmo di pastasciutta fumante. Nonostante l’appellativo di «clarisse», riferito alle monache di Santa Chiara, le due donne indossavano corte tunichette trasparentissime, sotto le quali erano completamente nude. Così che lasciavano intravedere, nettissimo, folto e tenebroso, il «bosco d’amore» che faceva chiazza sotto l’addome. Era la prima volta che i miei occhi si posavano sull’«angolo ferino di Venere». Talmente ferino, nelle due ancelle del Vate, che andavano servendo la pastasciutta sorridenti e disinvolte, da procurarmi non solo stupore, ma addirittura spavento. Cos’erano quelle macchie? Una malattia? Due micini neri accovacciati al calduccio? Un segno di lutto insolito? Quando Suora Pecchia (seppi in seguito che si chiamava così) arrivò ad empirmi il piatto, i miei occhi le restarono inchiodati sulla selva del pube. Mentre tutti gli occhi dei commensali erano fissi su di me. E quelli di mio padre, che oltre ad essere un fervente d’annunziano era anche un moralista, avevano un’espressione perplessa e severa, sotto le sopracciglia aggrondate. L’Imaginifico avvertì l’imbarazzo che il mio impatto infantile con la pelliccia segreta della donna aveva creato attorno alla tavola. E cercò di deviare in qualche modo la mia attenzione.
«Hai guardato bene, nostromo giovinetto, i maccheroni che la mia ancella divota t’ha messo nel piatto?».
«Sì!» mentii, inghiottendo saliva.
«Hai notato la loro foggia singolare, curiosa?».
Guardai il piatto per la prima volta e notai che gli spaghetti non erano di forma cilindrica, come quelli di casa.
«Mi sembrano... quadrati» balbettai.
«Quasi!» fece il Vate, accarezzandomi i capelli sagomati all’Umberto. «Questa è la pasta caratteristica dell’Abruzzo, ch’è la mia terra! È nomata pasta alla chitarra. E sai perché, piccolo marinaio biondo e bianco?».
«No!» bisbigliai.
«Perché un tempo la sfoglia veniva tagliata proprio con le corde di una chitarra. Al posto della quale venne poi usato un istrumento, munito di alcuni fili metallici ben tesi. Si dice che l’arnese sia stato ideato da un ciabattino di Palena, sulle pendici della Maiella, chiamato Manicone. Questa è la storia di questa pasta abruzzese. La rammenterai, angeluzzo marino?».
«Sì!».
La ricordo, infatti, ogni volta che mi capita di mangiare spaghetti alla chitarra. E insieme ad essa ricordo anche le due macchie nere che mi apparvero, misteriose, attraverso un velo di un lievissimo color rosa.