«Il censimento per tutti ogni dieci anni»

Tiziano Rosani, storico altoatesino, presidente dell’associazione culturale La Fabbrica del Tempo. L’Unione europea ha appena bocciato la proposta di censire i campi nomadi. Come funziona il censimento etnico in Alto Adige?
«In base allo Statuto di autonomia, da noi in buona parte dell’amministrazione dello Stato (con l’eccezione dell’esercito e della polizia), nell’amministrazione provinciale e in tutte le amministrazioni comunali l’assunzione del personale deve rispettare la consistenza proporzionale dei gruppi linguistici. Anche le risorse pubbliche, come l’edilizia agevolata e i contributi alle associazioni culturali e di volontariato, vengono suddivise su questa base. Può piacere o no, ma questo è uno dei fondamenti dell’autonomia altoatesina. Ed è per questo che a partire dal 1981, ogni dieci anni, si rileva l’appartenenza del singolo cittadino ad uno dei tre gruppi previsti dallo Statuto: tedesco, italiano o ladino».
Lei quando è stato «schedato» per la prima volta? E come si è sentito?
«Accadde nel 1991. Lo ritengo uno strumento quasi inevitabile, almeno in una certa fase storica: ha contribuito a mostrare al gruppo linguistico tedesco che all’interno dello Stato italiano una seria tutela è senz’altro possibile. Certo, per questo si è pagato un prezzo, e alcuni lo hanno pagato più di altri. Si pensi a chi proviene da famiglie mistilingui, oppure agli stranieri che ora devono per forza “aggregarsi” a uno dei tre gruppi linguistici previsti dallo Statuto. Anche l’applicazione pratica del nostro sistema proporzionale, del resto, non s’è rivelata priva di problemi: soprattutto nel recente passato non pochi hanno scelto il gruppo linguistico soprattutto sulla base della convenienza nel trovare lavoro».
E se un cittadino decide di non presentarsi?
«Ad Alexander Langer, che non si era dichiarato, fu impedito di candidarsi alla carica di sindaco di Bolzano. Casi simili, ad esempio per l’assegnazione delle case popolari, capitano non di rado, come dimostra la vicenda della giovane bolzanina cresciuta in un ambito plurilingue, che aveva ritenuto non corretto “scegliere” tra i gruppi».
Se oggi in Alto Adige si votasse un referendum sul censimento etnico, secondo lei come andrebbe a finire?
«Una buona percentuale della gente lo vede ancora come uno strumento di garanzia identitaria. Peraltro, pur con successive modifiche, sia la Corte costituzionale sia l’Unione europea l’hanno dichiarato uno strumento legittimo. Però devono essere ascoltate anche le ragioni delle persone mistilingui, e degli stranieri. E ancora di coloro – io sono fra questi – che ritengono si stia lentamente formando un’identità altoatesino/sudtirolese indivisa, capace di includere le diverse culture di questo territorio».\