La censura è il peccato dei politici

Occorre difendere l'onore. Occorre riconoscere la verità. Onore e verità: due concetti minacciati. Il primo per l'indifferenza e la paura, il secondo per l'autentico relativismo di chi crede di possedere la verità senza conoscerla, e di poter parlare o legiferare su materie a lui sconosciute. Mi trovo in questi giorni nella paradossale condizione di essere aggredito a sinistra con i consueti argomenti e nel perfetto fraintendimento delle mie intenzioni; a destra sul piano politico dall'intervento di commissariamento di Letizia Moratti; sul piano estetico da Angelo Crespi; sul piano etico da monsignor Maggiolini. Crespi e Maggiolini con interventi su Il Giornale di cui io sono editorialista. Queste loro posizioni parlano in favore della varietà e libertà d'opinioni garantite da Il Giornale. Ed è buona cosa. Ma può apparire bizzarro che io sia sottoposto alla predica di Monsignor Maggiolini sul giornale nel quale lunedì scorso ho manifestato piena approvazione e ammirazione per le posizioni del Papa e perfetta convinzione della necessità della parola della Chiesa nella società contemporanea. Non è senza risposta, dunque, la domanda conclusiva di monsignor Maggiolini: «Su chi può contare oggi il Papa?». Si può ammirare il Papa e consentire che un artista, come nel passato, come lo stesso Dante, lo critichi duramente o ne faccia una caricatura. All'arte questo è concesso. Ma come mai Monsignor Maggiolini non si chiede perché la Moratti, proprio nel giorno che lui la innalza, ha voluto celebrare Gianni Versace nel tempio della cultura, alla Scala? Versace ha diffuso modelli culturali non solo di piena legittimazione del mondo omosessuale, ma ha conclamatamente vissuto more uxorio con un uomo. Forse bisognerebbe cominciare a pensare che l'omosessualità non è un peccato, ma una condizione naturale e psicologica. E Maggiolini ben sa che, in tempi molto più difficili di questi, il cattolicissimo Giovanni Testori ha tentato di dimostrarlo con la vita e con le opere. Poteva, Testori, sentirsi, o farsi, eterosessuale? Questo è l'unico tema di discussione. Per ciò che riguarda la questione estetica, le critiche di Angelo Crespi restano nell'ambito di una così discreta gentilezza che serve soltanto io lo rassicuri sulla integrità del mio pensiero critico che egli ben conosce e che non è mutato. Lo provano le belle mostre di Mario Cavalieri, pittore assoluto, di Ivan Theimer, di Ferroni, di Botero, di Balkenhol, e anche di Schnabel. Lo prova, fino all'insolenza, nel ripudio delle false avanguardie, la gigantesca mostra Arte Italiana 1968-2007 pittura. Tutto ciò che è stato nascosto o che non si è visto in sedi pubbliche negli ultimi quarant'anni. Pittura, pittura, pittura. In Palazzo Reale, tra l'una e l'altra mostra, vi sono circa 600 dipinti, 70 sculture, più quelle di Balkenhol, almeno altre 50, al PAC; infine, e sopra tutti, da solo, «assoluto» il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo nella Sala delle Cariatidi. Il popolo che conquista il Palazzo, come nei Dieci giorni che sconvolsero il mondo di Eisenstein. Il dipinto posa a terra, è immanente, sulla terra, non una pala d'altare. Vedere per credere. E l'unica critica veramente insopportabile per me è stata quella di Maurizio Bono di Repubblica. Che trova l'emozionante collocazione dell'opera analoga a quella del Museo dell'Ottocento dove era stretta e compressa fra tante altre. È il tradimento della verità che è difficile da sopportare. E, in questo caso, anche la ferita dell'onore. Rivendico di aver restituito la piena dignità al capolavoro di Pellizza da Volpedo nel centenario della morte dell'artista. Quanto a Letizia Moratti, che io ho cercato di salvaguardare da un intervento indebito e da una vera e propria intollerabile ingerenza, qui è in gioco una questione più complessa che riguarda non la libertà di espressione e il rispetto dei cittadini credenti, ma l'inviolabile libertà dell'arte, anche quando essa abbia commercio con il peccato. Difficile è il rapporto, nell'equilibrio di ambiti, tra politica, etica e arte. Anche e soprattutto un politico cristiano, senza rinunciare ai suoi principi, non potrà disconoscere quello che l'arte e la storia dell'arte hanno compiuto. Baudelaire e Rimbaud hanno aperto la strada, Oscar Wilde l'ha dominata. Von Gleiden l'ha tradotta in immagini, e, ormai da più di trent'anni, Federico Zeri ha indicato in San Sebastiano, bello e colpito dalle frecce, una indiscutibile icona gay. Una constatazione, non una battuta blasfema. E dunque? Come comportarsi per non occupare ambiti che non sono competenza del politico, sconfinando negli insidiosi territori dell'estetica e dell'etica, sostituendosi ai critici e ai vescovi? Può una città laica e democratica essere messa sotto tutela estetica ed etica? Può un sindaco preoccuparsi di salvare l'anima dei suoi cittadini? Può applicare il suo gusto, la sua morale alle funzioni civiche e democratiche? Ho iniziato a far politica molto prima della Moratti e so, per istinto e per esperienza, che non è del politico, e neppure del critico, giudicare l'arte in relazione a presunti «valori».
La mostra VADE RETRO non feriva i valori di nessuno, a partire dal titolo, non diversamente dalle allegorie dei vizi o dalle immagini dell'Inferno negli affreschi delle Chiese; semplicemente documentava, e documenta, a partire da Von Gloeden, i caratteri di un'estetica omosessuale consapevole. Così come si è manifestata in artisti come Tamara de Lempicka, De Pisis, Testori, Mapplethorpe, Wildt, fra gli altri, anche in forme estreme, tutti presenti in mostra, con immagini generalmente non crude e non turpi. La mostra è piena di belle immagini, capolavori di Wildt, Varlin, Testori, Brancaleone da Romana, Pearlstein, Demetz, Ontani, Scarpella, Warhol, Leonor Fini, che non possono essere mortificate, oltre la censura, con il giudizio arbitrario del sindaco, che non ha visto la mostra e non conosce quelle opere, se non dalle riproduzioni del catalogo.
Forse il sindaco non lo ha pensato abbastanza. Una soluzione paradossale potrebbe essere il trasferimento della mostra in un’altra città, stabilendo così una doppia verità in una stessa nazione. Napoli, con altre, si è candidata. È dunque possibile esporre a Napoli ciò che non è possibile esporre a Milano? Può una città diventare più libera di un'altra? Può essere un'amministrazione di centrosinistra più liberale di una di centrodestra governata dalla (non potrà sembrare ironico) Casa delle libertà? Ma qui interviene Mastella, nell'aspirazione al ruolo di Monsignore o di fratel Clemente, e, per salvare Napoli dal peccato, inventa l'assurdo alogico che essa non può essere lo scarto di Milano, mostrando di non capire la differenza fra una mostra presentata nella sua integrità e una mostra censurata, come sarebbe possibile vederla a Milano, se, prima di tutto, non si ribellassero gli artisti a veder eliminate le opere dei loro colleghi.
Non ha senso imporre una decisione politica sulla base della sensibilità o del pensiero personale su cosa sia o non sia arte, pretendendo di difendere i cittadini come se non fossero in grado di difendersi da soli. È questo il limite della censura. Una prova? Inviare, con buona pace di Mastella e soddisfazione della agitata curia partenopea, la mostra riveduta e corretta da suor Letizia a Napoli, ed esporre le opere censurate a Milano con un altro titolo. Così si capirebbe l'insensatezza dell'intervento. L'Arte non ha regole e non teme il peccato. Meditino Monsignor Maggiolini, Angelo Crespi, Letizia Moratti e fratel Clemente sulle opere di Luca Signorelli, di Hyeronimus Bosch, di Pier Paolo Pasolini. E poi mi dicano se non è un peccato di superbia pretendere di porsi, rispetto all'arte, nel punto di vista di Dio. Vade retro.
Vittorio Sgarbi