«Cent’anni fa, quando via Sarpi non era cinese»

Il suo primo ricordo viene da lontano. «Accompagno mio padre al lavoro, lui cammina mentre io sono sopra al nostro mulo». Quando rammenta gli anni trascorsi in Argentina, Filide Sacchi sembra destarsi dal torpore in cui l’ha costretta l’età. Sta seduta sulla carrozzella, le mani affusolate strette in grembo, quando d’improvviso gli occhi tornano a brillare e con la sua voce flebile dice: «Mi scusi, ormai sono diventata sorda...».
Eppure quella vecchina minuta seduta nella sua cameretta presso l’istituto Palazzolo di Milano, non sembra abbia varcato la soglia del secolo. E invece a dire la verità, lei è già arrivata a quota 101. Saranno gli occhi svegli, o il piglio deciso, ma guardandola in mezzo agli altri ospiti della clinica riuniti attorno al grande presepe del terzo piano, Filide sembra un po’ più giovane. «Ci vorrebbero troppi anni per raccontare la mia vita», scherza lei. E come ogni biografa che si rispetti, Filide comincia dal principio: «Sono nata il 27 settembre 1906, in Argentina». Il padre vi si era trasferito qualche tempo prima per cercare fortuna e scappare dalla miseria che aveva colpito la sua famiglia a Pavia. «Il mio papà faceva il calzolaio, mia madre, invece, la sarta. Non appena sono riusciti a racimolare un po’ di soldi, siamo tornati in Italia». Aveva sette anni Filide e una gran voglia di piangere: «Non volevo partire, a me piaceva l’Argentina, adoravo giocare nel verde». Ma la decisione era stata presa: «Ricordo quel viaggio in nave come un incubo. Non finiva mai». La prima immagine di Milano? «Una chiesa - si sforza Filide ma non riesce a ricordarne il nome - mi ci precipitai dentro la prima volta che uscii da sola, per piangere».
Dalla madre, Filide ha ereditato l’amore per il cucito. «Iniziai a ricamare in modo naturale - spiega - e poi ho continuato a farlo per tutta la vita. Lavoravo lenzuola, federe, tovaglie e poi le vendevo ad una signora che aveva un negozio in via Mac Mahon». Qui ha sempre vissuto Filide: «Mi piaceva molto quella zona». L’unica eccezione: qualche mese in via Sarpi «ma non c’erano ancora i cinesi», scherza. Sul comodino della sua cameretta in via Palazzolo, tra i santini della Madonna e l’acqua santa, conserva una foto in bianco e nero del marito. Si chiamava Luigi «faceva il daziere, prima a Pavia e poi fu trasferito a Milano». Dopo la sua morte, nel 1975, Filide ha vissuto sola per vent’anni ma nell'agosto 1995 è stata ricoverata nella clinica perché non poteva più badare a se stessa. Ironia della sorte, la sua vicina di camera abitava accanto a lei anche in via Mac Mahon. «Io vivevo al civico 87 - dice Piera, 91 anni - mentre lei stava al numero 89. Ci incontravamo quando andavamo a fare la spesa e vederla qui è stata una sorpresa». Sorride Filide quando ricorda il momento in cui le hanno consegnato l’Ambrogino d’oro: «Che onore, mi ha fatto molto piacere che il Comune abbia pensato a me». Sopra i pantaloni indossa una camicetta elegante, «Ci teneva a questo incontro - spiega Alberto Maurizio Ripamonti, direttore dell’Istituto Palazzolo - non vedeva l’ora». Un’occasione per rompere la monotonia delle sue lunghe giornate. «Per fortuna mi viene a trovare spesso mio nipote Giuliano», e mentre lo guarda gli sorride, mostrando tutta la sua riconoscenza.