Cent’anni di sport «gommati» Pirelli

In quei 59 secondi Wilbur vide il mondo dall’alto di 266 metri e gli sembrò che tutto sarebbe stato diverso. Con il fratello Orville e il loro Flyer 1, quel 17 dicembre del 1903 fece qualcosa di unico, di storico. Wilbur, con Orville, Wright per la precisione, sarebbe stato ricordato nei tempi a venire per aver staccato dal suolo il sogno di ogni uomo: volare.
Lo stesso sogno che aveva Alberto, giovane laureato in economia e in legge a cui papà Giovan Battista voleva affidare l’azienda. Alberto lo fece col fratello Piero, solo che lui però voleva anche essere come i Wright, e ci riuscì. Alberto di cognome faceva Pirelli e con Wilbur si trovò il 24 ottobre 1908 sulle teste di tutti, là in alto dove aveva sognato. Era giusto 100 anni fa e Alberto Pirelli - primo italiano tra tutti - realizzò che il volo, i sogni, lo sport sarebbero diventati un marchio di fabbrica. E di famiglia.
Così cominciò insomma la storia Pirelli nello sport, un secolo racchiuso in un libro di immagini e sogni (Pirelli, cent’anni per lo sport pubblicato da Mondadori) che accompagnano ricordi lontani e la nostra vita. Tutte immagini colte dall’archivio di casa, tutte istantanee di un’Italia che con lo spirito d’avventura ha sempre superato gli ostacoli più alti. Come in quel 1908 che sancì l’inizio della produzione di pneumatici per aerei, gli stessi che calzavano con la sigla Avio l’SVA di Gabriele D’Annunzio che raggiunse Vienna nel 1918 per spargere volantini più violenti di una bomba: «Il destino si volge... È passata per sempre l’ora di quella Germania che vi trascina, vi umilia e vi infetta. La vostra ora è passata... Il rombo della giovane ala italiana non somiglia a quello del bronzo funebre, nel cielo mattutino». Sogni.
Come quello di Piero Pirelli, lui nell’Italia che si avviava al Ventennio aveva scelto di stare da una parte, quella rossonera, e come presidente del Milan (lo fu dal 1909 al 1929) voleva lasciare un segno. Nacque allora lo stadio di San Siro, quattro tribune - due grandi e due più piccole - che dal 1926 diedero casa a 40 mila cuori divisi dalla passione, Milan appunto e Internazionale non ancora Ambrosiana, che il 19 settembre si schierarono a centro del campo nello «stadio del calcio», così come titolò la Domenica Sportiva, il settimanale della Gazzetta dello Sport. Era quella la prima pietra di un futuro sportivo che 82 anni e due anelli di tribune dopo è sempre lì, questa volta sulle maglie nerazzurre.
Sogni, era il 1946 quando nasceva il Gruppo Sportivo Pirelli, il dopolavoro anche per chi il lavoro magari non lo aveva ancora trovato sotto le macerie della guerra. L’Uomo, il simbolo a cui affidare la rinascita, era Adolfo Consolini, il discobolo che la rivista di casa celebrava come colui che «costringe una folgorante potenza entro guide di cristallo, ed è un miracolo di stile». Consolini, solo due anni dopo, vinse l’oro alle Olimpiadi di Londra, quella del ritorno alla civiltà, e infranse il record mondiale di lancio del disco. Lì in Viale Sarca intanto si raggrupparono atletica, alpinismo, calcio, sci e nuoto, ma anche tiro al pallino, bocce, tiro a volo, pesca e vela. E tutti sognavano, allora e più tardi, sgommando Pirelli con Coppi e Bartali, o tirando palline marchiate su un campo da tennis, altro brevetto della casa, perché - diceva Alberto Pirelli allora - «si possano dimenticare ben presto i tristi anni in cui i campi della Bicocca erano occupati da ricoveri antiaerei o da soldati tedeschi!».
Si dimenticheranno, si lasceranno indietro i tempi ancor prima di questi cent’anni di storia d’Italia in cui il principe Scipione Borghese compì la Pechino-Parigi in auto con soli 4 cambi di gomme (era il 1907) o, ancor prima, quando infiammava le folle la «Grande corsa velocipedistica su pneumatici di tipo Milano». Erano sogni, quelli, ma non più la realtà che poi diventerà il calcio, la vela, la vita. Cent’anni di immagini finite in un libro. Praticamente un volo.