A cent’anni dal suo debutto la bustina da tè va in pensione

Il «New York Times»: la nuova moda sono le foglie intere. E ad avvolgerle non c’è più la velina ma una «piramide» in nylon

Stefania Vitulli

A cent’anni quasi compiuti, la bustina del tè di carta similvelina si abbandona all’ultima infusione e se ne va. Lascia il posto a un elegante sacchetto piramidale in nylon intrecciato, in cui al posto delle briciole cui siamo abituati, ci saranno intere foglie della pianta che produce una bevanda millenaria, libere di sprigionare tutto il loro inconfondibile aroma. Il sacchetto più famoso si chiamerà appunto Pyramid e sta per essere lanciato da Lipton, la più grande produttrice di tè al mondo, sul mercato americano.
A Lipton ci sono voluti due anni per sviluppare il nuovo, prezioso sacchetto, che potrà contenere sei varietà di tè diverse, sia aromatizzate che nere. In realtà si tratta di un lifting più che di un addio e, se vogliamo, anche di un tentato compromesso tra due esigenze contrapposte, simili a quelle che oppongono i consumatori di caffè appena macinato a quelli di caffè solubile. Da una parte, gli intenditori puristi, che, ligi alle regole dell’antica cerimonia orientale del tè, auspicano la definitiva scomparsa di un prodotto industriale, che uccide l’essenza, imprigionandola per sempre: le foglie di tè devono viaggiare libere, sebbene perfettamente conservate, e sposare l’acqua, bollente al punto giusto, senza che intervengano filtri di alcun tipo. Dall’altra, chi ama il buon tè, ma non ha davvero il tempo di seguire le istruzioni per l’uso delle foglie al naturale - la cui infusione richiede almeno cinque minuti - e con mestolini, frullini e colini fa soltanto pasticci, benedicendo dunque l’inventore dell’ennesima idea intelligente, la comoda bustina usa e getta.
Quando il tè iniziò a essere importato e distribuito infatti, viaggiava esclusivamente in scatole di metallo. Il che significava che poteva essere conservato alla giusta temperatura e in un ambiente fresco. Ma anche che si trattava di un prodotto davvero costoso, irraggiungibile ai più. Fu Thomas Sullivan a cambiare tutto questo, nel 1908. Importatore di tè di stanza a New York in un momento storico in cui in America la bevanda aveva raggiunto un picco di popolarità e il consumo era in aumento. Sullivan non faceva che colmare scatole di metallo delle preziose foglie e spedirle ai suoi clienti. Ma il tè era pesante e le scatole costose, quindi nonostante la grande richiesta gli affari andavano male.
Fu così che ebbe l’idea di mettere piccole quantità di tè in sacchettini di seta, che avrebbero preservato le qualità della pianta a un costo e a un peso minore. I clienti furono così sorpresi di ricevere il tè in quelle bustine, che automaticamente pensarono fossero state progettate apposta per essere infilate direttamente nella teiera, mentre invece erano soltanto un mezzo di trasporto. Tuttavia, l’idea prese piede, e in modo rapido: di lì a poco Sullivan vendeva il tè solo in bustina e ad un prezzo molto più basso dei concorrenti e già nel 1920 l’idea era commercialmente affermata ovunque.
Negli anni, tuttavia, le aziende hanno trasformato quelle bustine sempre di più e spesso in peggio, inserendo tè di qualità inferiore. I consumatori tuttavia, non protestarono: la magia prodotta da una bustina che immersa in acqua calda produceva in pochi secondi un liquido forte e colorato permaneva ancora intatta. Nel 1929 Lipton introdusse le bustine in carta e nel 1954 la bustina doppia, che permetteva un tempo minore di infusione contro un sapore ancora più forte.
Negli ultimi dieci anni, il consumo di tè è notevolmente aumentato (negli Stati Uniti si è addirittura quadruplicato, per un giro d’affari di oltre sei miliardi di dollari), mentre l’idillio tra i consumatori e la bustina pareva essersi definitivamente spezzato: «I consumatori stanno diventando tutti gourmand», ha dichiarato al New York Times il general manager della Lipton, e vicepresidente Unilever, James Wong. E quando questi esigenti buongustai hanno guardato dentro la bustina e hanno trovato i detriti indistinti e disidratati, che l’industria del tè chiama «polvere», hanno cominciato a storcere il naso.
Il nuovo sacchetto dovrebbe riportarli verso il tè confezionato: «Finalmente il tè di prima qualità arriverà alle masse. I nuovi sacchetti cambieranno l’attitudine del consumatore. E addio snobismo» dice oggi Joseph P. Simrany, presidente della Tea Association americana. Frase che racchiude esattamente lo spirito con cui i grandi mercanti britannici di tè, da Thomas Lipton a Thomas Twining, intrapresero l’avventura di importatori dall’India e dall’Oriente a partire dai primi del Settecento fino ad oggi.