Di Centa, 50 chilometri d’oro «Ora posso anche smettere»

Il «fratellino» di Manu sbuca nel volatone lanciato da Piller e conquista la maratona della neve. Uno storico bis dopo la staffetta

Tony Damascelli

nostro inviato

a Pragelato

Gaetano, il padre, ha un naso che da sempre lo precede e lo piazza davanti a tutti. Giorgio, il figlio, spalanca la bocca, sembra uno squalo. Volge la testa indietro, capisce che non ce n’è più per nessuno, soltanto per lui. Alza le braccia, Icaro con le racchette, non vola, sta atterrando, sferra un pugno, il destro, nell’aria, quindi giace supino, nella neve, a guardare il cielo. Giorgio è sfinito, di gioia, grandissimo come una montagna, così gli urla sua figlia Lauretta. Arrivano Manu, la sorella più illustre fino a ieri, si defila Andrea, fratello occhialuto e discreto, lo abbraccia fortissimo Rita, la moglie, ci sono le pupe, Lauretta e Martina, spunta il naso di Gaetano. Eccoli i Di Centa, tutti assieme intorno al loro figlio, marito, padre, fratello, campione olimpionico: Giorgio Di Centa, friulano, carnico di Paluzza, di anni trentadue.
Ai suoi piedi l’Italia dell’ultima domenica di febbraio. Alle sue spalle, cinquanta chilometri di neve d’oro. Cinquanta chilometri di studio, di tattica, di allegra comitiva, gruppo compatto, due ore di sciate, l’algerino che molla, il finlandese che arranca. Non succede nulla prima dell’ultima salita del lupo, prima di quello strappo perfido che taglia il fiato, affonda la sua lama nei muscoli, porta nebbia anche se attorno c’è il sole; poi la curva, i trecento metri di rettilineo finale, dopo quel famoso ponte di Traverse, filando diritto, senza ombre a molestarlo, lo squalo sta per aprire le sue mandibole.
L’Olimpiade si mette sull’attenti dinanzi al carabiniere Di Centa, ultima medaglia azzurra, sotto il cielo che anche lui ha deciso di essere azzurro dopo il grigiume e la neve dei giorni passati, è il tetto di Pragelato, isola del tesoro, approdo di gioia per concludere i Giochi dopo qualche goccia amara di veleno nello sci alpino. Ci vuole lo zucchero dei fondisti, della sofferenza, del sacrificio per tornare a vivere bene, meglio.
Giorgio Di Centa ha vinto laddove mezza Italia, di più forse, puntava su Piller Cottrer. Pietro ha fatto il suo, ha provato a strappare il plotone a due giri dal termine, ha sfiancato qualche avversario, poi è stato risucchiato. Ha rifatto il suo fino ai duecento finali, ha tenuto pur sapendo di non avere nelle sue gambe affilate lo spunto del velocista, ha creato una specie di muro per chi stava risalendo, poi ha dovuto arrendersi, scivolando, comunque felice, al quinto posto perché vedeva là davanti il suo commilitone pattinare nella valle dell’oro. Santus e Valbusa hanno chiuso il treno azzurro, intuendo il trionfo dall’urlo del popolo, tanto, finalmente, in questa gola chiusa.
Giorgio Di Centa ha vinto come la sua vita voleva e doveva. Da bambino soffriva di asma allergica. Suo padre lo portava nei boschi perché respirasse l’aria giusta. Quelle passeggiate servirono per fargli capire altro. Manuela cresceva e vinceva, Andrea avrebbe fatto lo stesso se un infortunio non lo avesse frenato, Giorgio non sembrava avere la stessa voglia di sacrificarsi per gli sci. Preferiva la vita del boscaiolo e del carabiniere, faceva legna per l’inverno, conobbe Rita che gli avrebbe regalato tre figlie; queste sono state le sue prime grandi medaglie, in questa cuccia ha preferito sempre rifugiarsi, come nel bosco da bambino, per respirare aria pulita.
Così differente dall’esuberanza di Manuela, tutta vita e rock and roll, così profondamente «frut», bambino, ragazzo, uguale e vicino alla propria gente, alla propria terra, la Carnia, il Tagliamento, Casteons, Cleulis, Timau, Rivo, Paluzza, Tolmezzo, le tappe della sua vita. Un trattore con gli sci ai piedi, è il logo del suo fans club, forse perché Giorgio ama le macchine che lavorano la terra, forse perché sugli sci così bisogna procedere, prima faticando, quindi seminando, infine raccogliendo i frutti.
«Adesso posso anche smettere di correre» ha mormorato, sdraiato come Paolina Bonaparte, mentre attorno erano tutti sbronzi di vittoria. Smettere di correre? Adesso viene il bello, anche se gli anni non sono più freschissimi. Adesso viene una nuova vita, due medaglie d’oro, nella staffetta e nella cinquanta chilometri, non possono essere soltanto gioielli da esporre nel salotto di casa. Ci sono bei soldi da investire, ci sono altre sfide, ci sono altri ponti, altre salite, c’è il naso di Gaetano, c’è una grande fetta di italiani che ha ancora voglia di vedere il carabiniere con il numero 10 sul petto, in pista, con Zorzi, CaterPiller e i nostri ragazzi d’oro. L’Olimpiade del fondo è stato un grande bosco di sogni.
Abbandonarlo avrebbe il sapore cattivo di una fuga. Giorgio Di Centa, non tradisce, conosce altri sentieri in quei boschi e ha voglia di portarci con lui.