Di Centa: «Dopo l’Everest provo a scalare anche Montecitorio»

Da campionessa olimpica a prima italiana a conquistare il tetto del mondo: ora l’ex sciatrice siede in Parlamento con Fi: «A Roma sto bene, ma si cena troppo tardi»

Giancarlo Perna

Sobbarcandovi l’alzataccia, vedrete alle prime luci Manuela Di Centa fare footing a Villa Borghese. È il rito romano dell’ex olimpionica dello sci di fondo, dal martedì al venerdì. Ma poiché corre più del vento vi sfilerà davanti come una meteora e non trarrete dalla visione tutto il piacere ricavabile. Il modo migliore per godervi la fanciulla è il mio: sederle di fronte nel suo ufficio di neo deputata di Fi, fresca di doccia, alcune ore dopo la tonica sfrecciata nel parco. I vantaggi di stare con lei, a tu per tu, sono diversi e li elencherò man mano. Il maggiore è che sorride per te, e lo fa di continuo, con splendidi denti, autentico monumento alle acque ricche di fluoro della sua Carnia.
«Fa caldo. Togliamoci le giacche», dice la luminosa quarantatreenne in tacchi e pantaloni turchini di tela. Con una torsione atletica si libera della sua e resta a braccia nude. C’è da bearsi. Sono lisce e statuarie, senza l’ombra di bicipiti nonostante abbia passato decenni a spingersi con le racchette. Sotto la maglietta bianca si intravede il reggiseno rosso. Sul collo ha un catenella sottile coi cinque anelli olimpici.
«Come ti è nata la passione per la politica?», chiedo.
«Al Comitato Olimpico di cui sono membro da quando ho smesso di gareggiare nel ’98», dice e indica sullo scrittoio un pupazzetto del Cio. «È la prima cosa con cui ho arredato l’ufficio. Il resto verrà».
«Col Cio si fa politica?».
«Si dialoga a livello mondiale. Siamo 112 rappresentanti di tutti i continenti e bisogna conciliare mentalità diverse. Un lavoro gratificante, per il quale sono stata rieletta fino al 2010», dice felice, con gli occhi azzurri sotto i capelli biondi a caschetto.
«Tua madre ha un cognome austriaco e austriaca è la tua faccia», dico.
«Mia madre viene da un villaggio carnico dove si parla tedesco e io ho il suo carattere».
«Sei una “avanti marsch” teutonica?».
«Esuberante e sensibile. Tipico delle donne carniche che, come si dice da noi, “reggono i tre cantoni di casa”. La nonna materna era una “portatrice”», dice misteriosa.
«Portatrice?».
«In guerra portava le munizioni ai soldati. È Cavaliere della Repubblica. Famiglia italianissima, nonostante il cognome».
«Papà fornaio e sciatore. Chiaro l’influsso paterno come sciatore. Ma il lato fornaio come ha inciso?».
«Mai mancato il pane», ride Manuela e aggiunge: «Come sportivo, papà era fortissimo. Ma ha rinunciato all’agonismo per il forno. Ha tenuto le radici, per dare a me e a mio fratello la possibilità di fare sport e studiare».
«Cos’hai studiato?».
«Diploma tecnico-commerciale. Per conciliare studi e sport, sciavo all’alba e alle otto ero a scuola. Se poi hai successo ti dicono: “Tu hai tutto”, con l’aria che sia un privilegio. Ma non è che scende dal camino. È il lavoro di una vita».
«Tu come replichi?».
«“Facciamo una settimana insieme. Poi decidete se fare la mia vita o no”. Però nessuno che voglia alzarsi alle quattro, fare sforzi, eccetera», dice Manuela dura e si capisce che dietro ai sorrisi c’è un’implacabile intransigenza.
«A 40 anni ti sei scoperta scalatrice. Sei salita sull’Everest, prima donna italiana. Saranno crepate di rabbia le alpiniste professioniste».
«Manuela sta bene quando fa le cose che sente dentro. Se in lei c’è l’entusiasmo, il resto viene facile», dice parlando di sé utilizzando la terza persona, in stile pontificio.
«Non era scontato che da sciatrice potessi trasformarti in alpinista da record», osservo.
«Un’atleta che viene da una disciplina dura come la mia, ha il fisico per fare anche altro ad altissimo livello. Ho dovuto però imparare la tecnica dell’arrampicata. Ho passato due anni in giro per il mondo con l’alpinista Fabio Meraldi, oggi mio marito. In Lapponia ho conosciuto il freddo, i ghiacci, i silenzi. Su diverse cime, il senso di libertà e lo sforzo al di là dei limiti», dice mentre la spallina rossa del reggiseno le scende sull’omero.
«Ora hai scalato il Monte Citorio».
«Il giorno dell’insediamento mi sono detta: “È una montagna che non ha tanti metri, ma la voglio affrontare con entusiasmo e onestà come le altre” e ho pensato ai miei genitori che, prima della partenza per Roma, mi hanno detto: “Sii serena. Portati dentro i valori che hai imparato da noi”».
«Sei un’ambiziosa?».
«Potrei essere peggio. Sono me stessa. Mostro la mia vera faccia».
«Qual è?».
«Cuore: mi piace fare le cose che sento. Lavoratrice: ho sempre sudato per i risultati. Semplicità: non so essere che me stessa».
«A Montecitorio come ti trovi?».
«Funzionari e commessi mi hanno subito riconosciuta e fatto le feste. Molto carini. Ho passato giorni a curiosare nel Palazzo. Ho visitato la palestra, ma è troppo piccola e non ci sono più tornata. Speravo ci fosse il parrucchiere, ma c’è solo il barbiere per gli uomini. Me la cavo col phon. Ho i capelli sottili e devo dargli un colpo di vento ogni tanto».
«Roma?».
«Mi ha sempre affascinata. A parte l’abitudine di cenare tardi. Dormo e mi sveglio presto, così anche a Roma sento gli uccellini. Abito a Trinità dei Monti, due passi da Villa Borghese».
«Fortunata».
«Io sono fortunata. Perché non dirlo? Anche se questo non significa che non ci siano problemi», dice e guarda l’orologio. Uno Swatch col cinturino azzurro. La seduta comincia tra poco e lei, da patita del cronometro, vuole essere puntuale.
Cosa eri prima di Fi?
«Sempre moderata e vicina ai valori del cattolicesimo».
Dc?
«Dc».
Come hai conosciuto il Cavaliere?
«Mi ha invitato ad Arcore e proposto la candidatura 20 giorni prima delle europee 2004. Ho preso 28mila preferenze. Un buon risultato che mi ha messo in vista di fronte al Presidente. Così mi ha ricandidata due mesi fa».
Come hai capito che Fi era il tuo partito?
«Frequentando, ho cominciato a capire da che parte stavo. Prima non ero né di destra né di sinistra. A Fi mi unisce il valore che si dà all’individuo e alla sua possibilità di esplicarsi».
I tuoi corregionali approvano la scelta?
«Alcuni mi hanno detto: “Ti ho sempre stimata come atleta, ma ora che sei in Fi non ti stimo più”. Altri: “Contiamo su di te per portare la nostra voce a Roma”».
Che pensi del Cavaliere?
«Del mio presidente? È un grande e sente forte la responsabilità verso il Paese. Ma questo è scontato. Quello che colpisce me, è la sua straordinaria sensibilità. Passa dai colloqui coi grandi della Terra a occuparsi di un fatto minimo che riguarda l’ultimo dei suoi collaboratori».
Di Prodi, provetto ciclista, che idea hai?
«Mi congratulo che faccia sport. È sempre importante. Per il resto, lo aspetto alla prova per dire se sia o no all’altezza. Al momento c’è poca decisione e molta confusione».
Che contributo pensi di potere dare come deputato?
«Sui contenuti, è presto. Certamente seguirò i miei valori morali».
Da sportiva, sei d’accordo col ministro della Salute, Livia Turco, che vuole legalizzare, o giù di lì, lo spinello?
«Assolutamente no. Io nel Cio mi occupo di doping e so che, al di là delle regole, è importate il messaggio. Il messaggio della Turco è distorto. Incoraggia l’uso della droga. Molto pericoloso».
Ferrero, ministro della Solidarietà, propone la «stanza del buco» per drogarsi in grazia di Dio. Solidarietà verso i tossici?
«Pazzesco. È dare una mano alla gente a farsi del male. La solidarietà è il contrario: aiutare le persone a stare meglio. Ferrero incentiva una dipendenza che alla fine porterà la gente alla morte».
Sanatoria totale per i clandestini?
«L’Italia è anche parte dell’Ue. Non viviamo da soli. Dobbiamo seguire gli accordi europei sulle quote. Il governo deve essere serio. Non può decidere a capocchia e questo vale anche per l’Afghanistan».
È un atto di umanità.
«Per poi fare dello straniero un mendicante, quando va bene? Chi viene deve avere un lavoro. Quasi tutta la mia famiglia è emigrata in Lussemburgo, Svizzera, Africa. Paesi in cui, se non hai un lavoro, non ti fanno entrare. Non vedo perché l’Italia debba fare eccezione».
L’ex comunista Napolitano è il «tuo» presidente?
«Ho rispetto per le istituzioni, perciò è il presidente. Personalmente, lo sento lontano».
Il castrista Bertinotti presiede la Camera.
«Uno shock. Gareggiando negli anni ’80, e come Cio dopo, ho visto il comunismo dell’Est e dell’Ovest. Gli atleti sono robot comandati a bacchetta. Il comunismo è la cosa più lontana da me. Tutto mi aspettavo dal Parlamento italiano, ma non di avere un presidente comunista».
Come ti trovi tra colleghi come l’ex terrorista, D’Elia, il no global, Caruso, il leoncavallino, Farina?
«A disagio. Se poi penso che sono stati voluti dai partiti e dagli elettori, la cosa mi sconcerta ancora di più. Non so più quali sono i veri valori della nostra società».
A sinistra hai trovato qualcuno di affine?
«Io cerco il dialogo con tutti. Ho trovato punti di contatto su religione e ambiente. Forse, ne troveremo sulle donne».
Non dirmi che sei per le quote rosa!
«Sono contro. Appoggio invece una migliore formazione delle donne per inserirle naturalmente negli spazi comuni con gli uomini».
Meglio Montecitorio o i monti delle tue parti?
«Tutti e due bellissimi. Hanno entrambi luce e significato. Diversi ma, in qualche modo, eguali».