Cento dal governo agli stadi «Adesso i miei modelli sono la Lega e Tremonti»

L’ex sottosegretario all’Economia rimasto fuori dal Parlamento: ripartirò a fianco dei tifosi in curva e nelle piazze

Invece di essere piegato in due per il dolore della trombatura, il verde Paolo Cento torreggia in tutta la sua mole 1,85 x 100 kg.
«Triste?», chiedo al sottosegretario dell’Economia agli sgoccioli.
«Farò politica fuori dalle istituzioni», dice «er piotta» e ci sediamo al Gran Caffè di fronte al Parlamento.
«Che intende per fuori dalle istituzioni?».
«Capatine ai centri sociali...».
«Di cui lei è il protettore principe della trentina che furoreggiano a Roma...».
«Andrò negli stadi con l’Osservatorio delle curve e a tifare la Roma. Insomma, politica tra la gente», dice e ordina una spremuta d’arancio. Dirlo allegro è troppo. Ma er piotta ha già gettato alle spalle la catastrofe della Sinistra Arcobaleno e la sua, che lo costringe a lasciare la Camera dopo tre legislature filate.
«Ha definitivamente rinunciato al Palazzo?», chiedo. Il sospetto nasce dal fatto che mi ha dato appuntamento al bar anziché - come per una sorta di pudore dell’escluso - nel suo ufficio di deputato cui ha ancora pienamente diritto.
«Punto a ricostruire una sinistra moderna e a vincere di nuovo».
«Siete alla frutta», dico.
«Mi ispirerò alla Lega. Ferma la distanza ideale, il modello di organizzazione politica e territoriale di Bossi è da imitare».
«Reazioni alla sua bocciatura?», dico gridando perché nel bar c’è un viavai di turisti che riescono contemporaneamente, Dio solo sa come, a urlare e divorare gelati.
«Ho ricevuto attestati di stima come quando ero eletto. Sms dalle tifoserie, anche avversarie. Molte del nord, malgrado non corra buon sangue tra noi romanisti e loro. I no global mi hanno scritto: “Bentornato tra gli extraparlamentari!”», ride l’omone quarantaseienne che oggi, eccezionalmente, porta la cravatta. Ma la giacca, di velluto verde a coste, è quella d’ordinanza a sinistra.
«Non l’ha presa così male», osservo.
«Ho due sentimenti opposti. Sono indignato con la legge elettorale che ha espulso il nostro tre per cento dal Parlamento perché non eravamo apparentati con altri. Al contrario Raffaele Lombardo, che si è alleato con il Pdl, è entrato con l’uno per cento...».
«Anche Storace col due per cento è stato escluso», gli ricordo.
«Ingiusto anche per lui. Se c’è uno sbarramento del quattro valga per tutti, non soltanto per quelli che vanno soli. I costituzionalisti dovrebbero urlare. Costituzionalisti di tutto il mondo unitevi!», si eccita.
«L’altro sentimento?».
«Di sollievo. Ripartendo da zero rifonderemo i Verdi su basi nuove».
«La fine dell’Arcobaleno ha spazzato via il comunismo. Avete sbagliato a intrupparvi con le cariatidi, Bertinotti, Diliberto, Mussi?».
«Sbagliata è stata l’alleanza all’ultimo momento. Ai nostri elettori è parsa di comodo. Non siamo riusciti a distinguerci dai comunisti e il peso di quell’eredità ci ha travolti».
«Da anni, i Verdi coincidono con Pecoraro Scanio, in tv tre volte al giorno. Un suicidio?».
«Non mi iscrivo al partito del Pecoraro espiatorio. Siamo tutti responsabili. Ma anche per lui si è chiusa una stagione».
«Pecoraro è indigesto: spocchioso, rasato all’ingrosso, aggressivo. Non capivate il danno che vi faceva?».
«Per la verità, in campagna elettorale ha campeggiato la faccia di Bertinotti. I Verdi però sono stati percepiti come quelli del no a tutto. Non abbiamo mostrato un ecologismo propositivo».
«Il campano Pecoraro è stato sommerso dai rifiuti napoletani. Un ministro dell’Ecologia che non sa tenere pulita la propria casa!».
«Infatti, dovevamo subito rompere con la giunta Bassolino sulla raccolta differenziata».
«Ha l’aria di volere sbottare. Perché frena?».
«Potrei togliermi vari sassolini dalle scarpe. Ma gli elettori ci hanno tolto anche le scarpe. Non riuscirei a essere più impietoso di loro».
«È la fine dei Verdi o, almeno, dell’alleanza con l’estrema sinistra?».
«I Verdi vivranno. Non c’è sinistra moderna che non sia ecologista. Dovremo però cambiare radicalmente. Con l’identità comunista non si può fare un movimento del XXI secolo».
«Vi riavvicinerete al Pd di Veltroni?».
«Nel Pd, l’ambientalismo non ha il giusto spazio. Ma con Veltroni dovremo dialogare. Da solo il Pd non vince e noi senza Pd siamo alle corde».
«Lei più che ecologista è no global», stuzzico.
«Lo rivendico. Siamo stati troppo poco no global. Tremonti ha dato una felice lettura antiglobalista dell’economia, noi invece siamo stati zitti. Dovremo approfondire il tremontismo».
«Da ragazzino era scout, cioè bravo e disciplinato. Com’è finito tra i rave e le scorribande no global?».
«Con gli scout sono diventato di sinistra. Il mio solidarismo nasce in parrocchia».
«Praticante?».
«Non praticante, ma non mi definisco ateo. Né rinnego la mia formazione cattolica», dice compreso e manca poco si faccia il segno della croce.
Da sottosegretario inneggiò all’occupazione degli immobili manifestando con gli sfrattati a Palazzo Chigi.
«Proponevo una sanatoria per i senza casa che si erano sistemati negli immobili pubblici. Non è giusto che lo Stato speculi sul proprio patrimonio, cedendolo a banche e imprese. Ho invece criticato l’occupazione di case private».
Difende le irruzioni delle bande no global nei supermarket. Rapine, che lei definisce «spesa sociale».
«Con la precarietà che c’è in giro, riconosco lo stato di emergenza. Questo non giustifica il cosiddetto esproprio proletario, ma obbliga a controllare i prezzi e a fornire nuovi servizi a chi non ce la fa».
Lei caldeggia la «decrescita» contro il consumismo. Ora che grazie a Prodi tiriamo la cinghia è contento?
«Ho parlato di decrescita perché consumi illimitati portano alla recessione. Il mio non è l’elogio della povertà ma del risparmio».
Avete urlato contro la Biagi e il precariato. Poi, non avete fatto niente.
«Ho proposto, sul modello europeo, un assegno sociale per i periodi di disoccupazione. Se la flessibilità, come penso, è ormai una costante, bisogna che la gente sopravviva nelle parentesi di non lavoro».
E i soldi?
«Abbiamo sbagliato a difendere le pensioni a 57-58 anni. Meglio rispettare lo scalone Maroni e con i dieci miliardi di risparmio fare una politica per i disoccupati».
Se ne esce adesso dopo avere difeso le dissennatezze sindacali fino all’ultimo?
«Rifletto».
La sconfitta l’ha rinsavita.
«Visto che riparto da zero, riapro la discussione».
Di Pietro, al contrario di voi, è andato benone.
«Alleandosi col Pd si è sottratto alla polemica sul voto utile. Inoltre, ha intercettato il voto giustizialista. Per Di Pietro tutto si risolve con più carcere. Una profonda ingiustizia. Sarà un problema per il Pd».
Lei invece è garantista. Votò contro l’arresto di Previti prima del processo.
«Detesto la lotta politica col giustizialismo e il Parlamento che si sostituisce ai giudici. Con la coscienza a posto, ho poi combattuto la destra garantista con i potenti e forcaiola con chi fuma uno spinello».
Vero che la chiamavano «er piotta», cento in romanesco, non solo per il cognome ma perché da ragazzino scroccava cento lire qua, cento là?
«Vengo dalla cultura del muretto in parrocchia quando facevamo le collette per il cinema o lo stadio. Rivendico quella forma di socialità giovanile, sostituita oggi dal consumo di eroina».
È Veltroni il reo della vostra scomparsa?
«Ci ha danneggiato escludendo unilateralmente ogni alleanza con l’Arcobaleno. Le colpe della sconfitta sono però nostre. Perciò, nessuna ripicca. Col Pd dobbiamo ragionare. Già lo facciamo in diverse città per il rinnovo dei sindaci».
Alleati col Pd avreste sconfitto il Cav?
«No, avrebbe egualmente vinto. Ma se col Pd non avessimo rotto, oggi la sinistra sarebbe stata più pronta a ripartire».
Il suo slogan elettorale del 2006 era: «Il centrodestra usa il manganello. Togliamoglielo col voto». Usa davvero il manganello?
«A Genova nel 2001 l’ha usato. I poliziotti che hanno bastonato sono stati coperti politicamente. Ma non è solo il centrodestra. Anche il precedente governo Amato aveva usato il manganello al Forum di Napoli».
Che pensa del Cav?
«Ha unito demagogia, populismo e liberismo parlando alla pancia degli italiani. Ha creato guasti profondi ma ha conquistato il Paese. In più, ha fossilizzato la sinistra nell’antiberlusconismo non facendola più riflettere su se stessa. E per battere il Cav, molti di noi lo hanno imitato».
Chi odia di più il Cav o Veltroni?
«Odiare non mi appartiene. Come alleato, scelgo Veltroni. Anche perché, se non rientriamo in campo con lui, Walter rischia di diventare una fotocopia di Berlusconi».
Che si aspetta dal Cav?
«Che sia davvero il liberale che si proclama ed eviti qualsiasi tentazione autoritaria».
Bum! Quando mai?
«Il decreto Pisanu sull’'ingresso negli stadi è autoritario. Per di più, il governo Prodi lo ha peggiorato. In ogni modo, se ci tolgono la piazza, ce la riprenderemo».
Per quanto tempo la sinistra non tornerà al potere?
«Si dice sempre che si apre un ciclo di dieci anni. Non è mai successo».
Conclusione?
«Non andremo in panchina».