Cento graffi d’inchiostro sulla storia del lavoro

Alle Stelline i capolavori dell’arte grafica. Ci sono opere di Millet e Vedova ma anche Manet, Guttuso, Fattori, Pellizza da Volpedo

Mriam D’Ambrosio

Si parte dall'intimismo di Jean François Millet per arrivare all'inconfondibile tratto di Emilio Vedova, segni di inchiostro, linguaggio fatto di graffi. Più di un secolo di storia del lavoro, della fatica nelle varie forme, raccontata da cento opere, tra incisioni, disegni e litografie, esposte alla Fondazione Stelline, nella Sala del Collezionista e raccolte sotto il titolo «Il lavoro inciso - Capolavori dell'arte grafica da Millet a Vedova». Non è soltanto arte di tipo documentario, «reportage sociale», ma è un affondo nella condizione operaia o contadina, nelle lotte per la dignità e la sopravvivenza, le fughe in tempo di guerra, i ritorni. Un affondo che non esclude lo sguardo poetico, spietato, ironico, simbolista degli autori. E incidere, imprimere segni, sottolinea la fatica di vivere, il senso del tragico e la bellezza del riposo.
Dalla poesia di Millet con «La bouillie» (1861), una mamma che soffia sulla pappa da dare al neonato, all'ironia caustica delle caricature di Honoré Daumier e il suo «Mac Adam et Bineau aux enfers» (1850), parodia del ministro Bineau e dell'ingegnere Mac Adam costruttore di strade, immaginati negli inferi a pavimentare a nuovo gli Champs Elysées sotto lo sguardo compiaciuto di Plutone. Elegia pura per Manet, Fontanesi, Giovanni Fattori, Giuseppe De Nittis, con la sua coppia di contadini seduti che ritrae di spalle mentre mangiano uva e parlano. Bellissima la litografia di Paul Signac «Les démolisseurs» (1896), figure scure, scolpite contro il sole che li prende di spalle. Sembra di vedere il sudore dei demolitori, mentre abbattono ruderi con eleganza. Pellizza da Volpedo si concentra sulle fisionomie, sui volti degli uomini della sua terra e sulla terra stessa in «Aprile nei prati di Volpedo» (1903 - 1904), dove il pittore evoca la pacatezza, il silenzio, la solitudine, perfettamente resi dalla tecnica della fotoincisione a retino, sviluppata verso la fine dell'Ottocento. Non esiste pace nelle opere di Kathe Kollwitz, nella sua «Fine» (1897), quasi un'istantanea che ritrae tessitori morti dopo una rivolta e messi a giacere sotto il loro telaio. Non c'è pace nel suo «Tumulto» e nel suo «Assalto», dove l'abbrutimento e la furia di questa catasta umana armata sono drammatici. Spazio alla desolazione, allo smarrimento di corpo e anima nella «Periferia» (1908) di Umberto Boccioni con le fabbriche che sembrano ingoiare gli alberi.
La guerra fa il suo ingresso con i «Fuggiaschi» e «L'esodo» (1915) di Steinlen, figure di bambini e donne con la paura negli occhi e sacchi sulle spalle. E Gianfranco Ferroni ferma sul rame l'alienazione di tre «Sopravvissuti», un lavoro del 1971 che presenta tre reduci, isolati uno dall'altro, bloccati nel loro stordimento con lo sguardo vuoto, le facce scavate, gli abiti consumati. Questo percorso attraverso un secolo di arte grafica restituisce respiro con lo «Studio per Portatrici d'acqua» (1954) di Renato Guttuso, figure classiche quasi danzanti, fianchi potenti, braccia robuste ma armoniose, polpacci forti e un incedere regale, ritmico. E ancora grazia silenziosa con «Il coro delle vecchie mondine di Roncoferraro» (1961) di Tono Zancanaro. Qui donne curve con larghi cappelli sembrano strani animali intenti a bere e la leggerezza, l'armonia del gruppo, cancella l'idea di fatica.