Cento missili in un giorno sul nord di Israele

Gian Micalessin

da Yakhmur (confine israelo-libanese)

Il boato frusta la vallata, supera il crinale, vola in brusio di tuono, esplode dieci secondi più in là, venti chilometri oltre la cresta. L’obice rimbalza nella nuvola d’ovatta bianca. L’altro, venti metri più a destra, s’accende, esplode, tuona. Poi un altro, e un altro ancora in un ribollire di polvere, divampare di magnesio, odore acre di terra bruciata e pirite. «Sono tutti vostri, godeteveli»: l’artigliere Dyval accompagna le granate con una mano, s’asciuga il sudore, scalcia un altro bossolo da 155 ricaduto dalla montagnetta di rifiuti. Il catino di terriccio ed erba secca ribolle nel calore del pomeriggio e della guerra. La linea del confine passa lassù, ottocento metri oltre la cresta. La batteria di obici semoventi acquattata in questa dolina fragorosa da sei giorni bersaglia le postazioni di Hezbollah tra Bent Jabil, Ain Ebel e Aitaroun. Ma oggi è diverso. La batteria inanella decine di sequenze da quattro colpi al minuto, tace per un quarto d’ora, riprende senza sosta. Dall’altra parte oggi è guerra vera. La batteria ne imposta il ritmo.
«Una nostra unità è entrata nella zona di Avivim, i combattimenti sono molto intensi, abbiamo trovato molta resistenza». Il tenente colonnello Olivier Rafovich, 44 anni, portavoce di Tsahal, non ti dice una parola di più, ma basta l’espressione. Basta quel silenzio dopo «molta resistenza» per capire che laggiù ad Avivim qualcosa non va come dovrebbe. Prima delle notizie arrivano i colpi di mortaio e di katyuscia, incendiano le creste delle colline da qui fino al lago di Tiberiade, venti chilometri più a valle. Decine di missili e granate, folate di fumo nero che un alito di vento rovente trasforma in falò di sterpaglia. Ora si sa, lo racconta la radio. Là in quell’inferno appena oltre confine, alle porte del villaggio di Maroun Er Ras due incursori di Tsahal hanno appena perso la vita. Otto loro compagni sono ancora lì feriti, inchiodati sotto il fuoco di mortaio di Hezbollah.
Il notiziario di lutto racconta anche dei due bambini di Nazareth. Erano arabi israeliani, avevano 3 e nove anni, sono stati dilaniati da un missile del partito di Dio piovuto nel cortile di casa. Nazareth, la città più araba di Galilea, violata e insanguinata dai missili di Hezbollah. In tutta la Galilea ne sono caduti oggi pomeriggio oltre settanta. Tutti nell’arco di un’ora. Oltre cento da mattina a sera. Ma quella tempesta d’acciaio ha seminato morte solo a Nazareth. Una specie d’insulto. Una specie di tradimento. Un dolore che i suoi cittadini d’origine palestinese non volevano neanche immaginare. Il sindaco Ramiz Jaraisy al telefono ripete la stessa frase di due giorni fa quando i primi ordigni caddero intorno alla città. «I missili non hanno occhi, i missili non hanno testa».
Ma qui a Yakhmur, a ridosso del confine libanese, la battaglia più importante è quella di Avivim. Tutto inizia a mezzanotte quando un’unità di commandos israeliani supera la linea della frontiera. La loro missione è la risposta all’infiltrazione di quattro guerriglieri di Hezbollah sorpresi e uccisi in territorio israeliano intorno ad Avivim non più di 48 ore fa. Le forze speciali di Tsahal devono trovare la base da cui sono partiti, neutralizzarne i comandi e distruggere i depositi di munizioni tutt’attorno. Ma qualcosa non va come previsto. Alle prime luci del giorno gli incursori sono ancora in territorio libanese. Poco dopo uno sbarramento di colpi di mortaio taglia la strada della ritirata. La pattuglia si ritrova sotto il fuoco. Due uomini cadono uccisi, altri nove sono feriti. Gli Hezbollah dimostrano, una volta di più, una perfetta conoscenza del territorio. Dimostrano di saper attirare anche le migliori unità israeliane nelle loro trappole. A metà mattina quando né gli elicotteri, né l’appoggio delle batterie d’obici disseminate in queste vallate riesce a liberare la pattuglia accerchiata il comando del nord decide di muovere i carri armati. A mezzogiorno i Merkava entrano in forze, soccorrono i compagni stremati. Ma non è una battaglia facile. I “drone”, gli aerei senza pilota volteggiano sulle cime del colline, rilevano incessantemente dati e postazioni.
«Quei cosi lassù sono i nostri occhi migliori su di loro - spiega il colonnello Olivier -, grazie a quegli aggeggi volanti e alle loro telecamere riusciamo a identificare gli obbiettivi e a capire se abbiamo fatto centro oppure no. In cinque giorni di attività abbiamo eliminato decine di guerriglieri e colpito i loro bunker». Ieri notte i jet israeliani hanno sganciato 23 tonnellate di bombe sul bunker in cui si ritiene possa essersi nascosto anche il leader del «Partito di Dio» Hassan Nasrallah. Hezbollah ha detto che nessuno dei loro leader sarebbe stato ucciso.
Intanto i drone puntano verso Aitaroun. Quando termineranno la ricognizione la batteria avrà nuove coordinate. Gli artiglieri li guardano passare, come i loro colleghi guardavano, in passato, i piccioni portaordini. ora è tempo di pausa. Una decina di minuti almeno.
Dietro alle montagne di proiettili l’infermiere Noam, 21 anni e 24 mesi di servizio, e il suo amico Amtal si godono una hit parade israeliana sparata a tutto volume. Oziano sul fondo delle brandine, attendono il loro turno in questa piazza d’armi polverosa, sudata, accaldata, servita da una cinquantina di ragazzini in guerra. Ora è venuto. Spengono il lamento di Zorar Gor, il cantante del momento, corrono alla batteria. Lassù in cielo è tornato il piccione giallo, la radio rilancia i codici delle nuove coordinate. Le canne s’inclinano e s’alzano, la torretta si muove di qualche grado, quattro boati lacerano la valle. «Lo so non è bello - ti dice il colonnello Olivier -, ma dall’altra parte per quel che ne sappiamo sono rimasti solo i sostenitori di Hezbollah, in questi giorni abbiamo sparso migliaia di volantini, abbiamo avvertito gli abitanti di andarsene. Chi è rimasto per stare accanto ai guerriglieri ora non può che ascoltare la voce dei nostri obici, la voce della guerra».