Cento, il sottosegretario no global che ama gli espropri e odia la Tav

Sommerso da altri otto colleghi - il ministro Padoa-Schioppa, due viceministri e cinque sottosegretari -, il nono uomo del ministero dell’Economia reagisce all’apnea con boccate di chiacchiere. Non c’è giorno, giornale o tv in cui non faccia capolino Paolo Cento, il sottosegretario verde. È quello col colletto slacciato, le magliette stinte e l’aria bonaria. Quando poi apre bocca è inconfondibile: un profluvio di saggezza romanesca in salsa rivoluzionaria.
La sua ultima dichiarazione, sempre che non abbia parlato stanotte mentre dormivo (abbiamo orari diversi), è stata: «Rimango dell’idea che sia necessario requisire immobili». In quel «rimango dell’idea», c’è tutto Cento. Voleva occupare case prima di andare al governo, lo vuole anche adesso che ne fa parte. La promozione non gli ha scalfito la voglia di sfondare porte altrui. Il motto «requisire immobili» è stato pronunciato dal sottosegretario davanti a Palazzo Chigi. Guidava una turba di sfrattati che con gridi baritonali esigeva il blocco degli affitti. I ministri suoi colleghi erano riuniti al piano nobile, Cento si sbracciava in piazza dirigendo i coretti. Si è così visto uno del governo arrembare le truppe contro il medesimo e metterlo sotto assedio. Il governo ha poi puntualmente ceduto e rinviato gli sfratti a babbo morto.
Cento è detto «er piotta», termine romanesco per la moneta da cento lire. A parte l’astuto gioco di parole (Cento=piotta=100), pare che er piotta si sia guadagnato sul campo l’affettuoso epiteto per la querula insistenza con cui, giovanottello, si faceva prestare soldi. Er piotta ha solo 44 anni, ma sembra suo nonno. Ha fronte stempiata, volto stanco e vaste rotondità concentrate sul buzzo. Sono il frutto della sua vita agitata di capopopolo nei centri sociali di cui è il maggiore frequentatore in Parlamento. Infatti mentre gli onorevoli no global, Ciccio Caruso e Daniele Farina, sono stanziali nei loro centri di Napoli e Milano, Cento è di casa in tutte le comunità peninsulari. Tra nottate rave e pasti colesterolemici a base di insaccati e tavernelli, il suo metabolismo è andato a farsi friggere. Questo innaturale decadimento in un uomo giovane, potrebbe facilmente essere riacciuffato con diete opportune e un po' di riposo. Invece, proprio ora che si gode i piaceri del governo, si agita anche di più.
Diventato sottosegretario, gli fu chiesto cosa ci facesse mai all’Economia un esponente dei Verdi i quali, di regola, si occupano di farfalle decimate dal buco dell’ozono. Andò subito al punto e rispose: «Per rompere il tabù che i Verdi sono confinati ai temi ambientali». Poiché il giornalista stava girando i tacchi, Cento lo fermò e aggiunse: «Voglio fare entrare nei palazzi grigi di via XX Settembre (sede del ministero oggi suo, ma che fu già di Quintino Sella, ndr) la cultura economica intelligente». «Per esempio?», domandò sorpreso il cronista. «Avviare la decrescita. La crescita economica non è di per sé un bene», disse il neo sottosegretario all’Economia che tracciò d’un fiato la via maestra per ridurci sul lastrico: «Tasse ambientali, tasse sulle auto di lusso, Tobin tax, Carbon tax, tasse sui grandi patrimoni, tasse sulle rendite, reddito minimo garantito a ogni disoccupato, blocco delle opere pubbliche dannose, cominciando dall’alta velocità Torino-Lione».
Sposato ma senza figli, Cento ha riversato i suoi sentimenti sull’alta velocità (Tav): la odia con tutta l’anima. Basta che la stampa lo trascuri, perché er piotta se la prenda con la Torino-Lione, riaccendendo i riflettori su di sé. Il 15 giugno, il 22 giugno, due volte in luglio, ha detto: «La Tav non si farà». In agosto, Prodi lo ha smentito dopo un incontro con la tetragona signora Loyola de Palacio, rappresentante Ue, la quale con un liscio e busso gli ha fatto giurare che l’Italia manterrà i suoi impegni. Er piotta, imperterrito, è andato in tv e ha corretto il tiro: «Quando dicevo la Tav non si farà, intendevo il progetto così com’è» e si è profuso in spiegazioni sul tunnel in Val di Susa che non va bene, che ci sono soluzioni alternative, che la Tav si farà ma non così, piuttosto colà, eccetera. Il 17 settembre, senza altra ragione che notificare al Paese il suo rientro dalle ferie, Cento ha dichiarato di nuovo: «L’alta velocità Torino-Lione non si farà nemmeno durante gli anni del governo di cui faccio parte». La maggioranza del centrosinistra lo ha saggiamente ignorato, considerando che ciascuno ha le proprie fisime. Non però il sindaco ds di Torino, Chiamparino che, accantonata la sua mitezza, ha sfiorato il turpiloquio, senza però caderci. «Cento - ha detto - ha fatto per l’ennesima volta l’uovo fuori dal vaso. Ma il peso del sottosegretario è inversamente proporzionale alle esternazioni a cui ci ha sottoposto». Ovviamente si riferiva al peso politico, perché per stazza, a occhio e croce, scavalca il quintale.
Er piotta è un romano di scaturigini umbre che ha trascorso tutta la vita nel quartiere semiperiferico, Nomentano. La zona, sulle rive dell’Aniene, il fiume cenerentola di Roma, ha anche il nome poetico di Città Giardino, per le numerose villette primo Novecento, ciascuna col proprio giardinetto. Il papà era un impiegato di modi distinti. La mamma un’insegnante che, chi la conosce, definisce estrosa. Il ragazzo, cicciotello dalla nascita, ha cercato di buttare giù i chili facendo lo scout. Cosa che permette oggi a Cento di dire, come si legge nella sua biografia parlamentare, di avere debuttato nell’associazionismo cattolico e in particolare nell’Agesci. Stabilito che il peso coi campeggi non diminuiva, er piotta si è buttato nel calcio. Ma come tifoso. È un fan della Roma tra i più assatanati dell’intera tifoseria organizzata. In gioventù ha seguito i Lupi nelle trasferte più delicate. Sui pullman animava i compagni di viaggio coi coretti, gli olè, le osterie, la distribuzione di birre, sigaretti e fumi vari. Era, insomma, il leader della corriera, come lo è oggi del Centro sociale Brancaleone, del cinema Astra occupato e delle sette scuole di Città Giardino che sotto la sua egida, defenestrati gli scolaretti, sono passate manu militari a capelloni e teste rasate. Grazie a lui la zona di Montesacro, altro nome del quartiere, ha uno dei più alti tassi della Capitale di occupazioni e bivacchi no global.
A scuola, lo Scientifico-Nomentano, er piotta non era malaccio. Ragazzo sveglio che gli insegnanti ricordano soprattutto per la furbizia. Tirava la corda con i professori più deboli, ma si arruffianava i titolari delle materie più importanti. «Un po' lecchino», lo ha definito uno di loro. Al liceo militava in Lotta continua, congrega che in quegli anni, fine '70, era ormai agli sgoccioli. Partecipava fino a sera a discussioni che, esauriti gli argomenti, finivano a sberle. Lo si ricorda sfuggire a una rappresaglia nera con un balzo di inattesa agilità sulla moto del professore di Matematica il quale, agendo tanto per ragioni umanitarie che di affinità ideologica, sparì veloce nella notte. Presa la licenza, er piotta festeggia con la classe al Picchiapò, favoloso ristorante di quartiere, dove tra bruschette e pajate acquista in una sola cena quattro chili mai più smaltiti. Si laurea poi in Legge e diventa procuratore legale. Non ha il tempo di avviarsi alla professione, perché la politica tra i Verdi glielo ruba tutto. A 23 anni è consigliere della sua Circoscrizione, la IV. È un fervoroso oratore in Consiglio e un indefesso occupatore di case. Ovunque ci siano gruppettari e confusione, lui c’è: nel disordine ha trovato la sua forza politica. Ma non è un violento. Anzi, per evitare le botte ricorreva a un espediente. Appena un avversario si avvicinava minaccioso, si lasciava lievemente toccare per potersi poi gettare a terra al grido: «Bruto fascista». L’urlo infamante attirava inservienti e poliziotti e il tafferuglio moriva sul nascere. Ha un po' la fissa nostalgica di vedere fascisti dovunque. Perfino nelle elezioni 2006 ha spronato i suoi al voto con uno slogan da dopoguerra: «Il centrodestra continua a usare il manganello. Il 9-10 aprile togliamoglielo di mano».
Er piotta è, come si dice a Roma, un caciarone, ma in fondo un buon diavolo. È, per esempio, un garantista equanime. Ha chiesto sì la libertà per il compare Nunzio D’Erme, il glorioso disobbediente che ha sparso letame sull’uscio del Cav, oggi agli arresti in casa per eccesso di espropri proletari. Combatte certo la legge Fini-Giovanardi che commina la gattabuia agli inalatori di spinelli. Ma ha anche rifiutato di votare in Aula il fermo di Cesare Previti, scandalizzando gli untori di sinistra. Accusato di aiutare uno spocchioso potente, ha risposto: «Chi urla per proteggere i deboli, può permettersi di alzare la voce per i forti». Replica migliore di qualsiasi cosa mai uscita dalla bocca di Pecoraro Scanio, il suo leader.
Con Scanio il suo accordo è buono. Il solo attrito ideologico tra loro è stato il Suv che er piotta ha avuto la debolezza di comprarsi anni fa. Il Suv è quella specie di camioncino da caccia grossa che ingombra le strade cittadine. Con un dibattito sul Manifesto (o era su Liberazione?) si stabilì che non era auto per gente di sinistra. Cento se lo tenne lo stesso. Un volta lo lasciò in piazza Mazzini, parcheggiato di sguincio e sulle strisce, per andare al bar. Fu beccato da un giornalista del Secolo d’Italia, quotidiano di An, che di soppiatto fece un servizio fotografico. Cento lo ha sempre ignorato dal momento che il giornale non lo pubblicò e questo perché al piotta non gli si può volere troppo male. Oggi ha venduto la carretta, con doppio vantaggio: è rientrato nell’ortodossia di sinistra e non pagherà la tassa sui Suv da lui stesso caldeggiata.