Centomila lombardi chiedono il conto a Prodi

Nel corteo gente che non aveva mai sfilato, assessori e anche una cinquantina di sindaci

Sabrina Cottone

da Roma

Sono talmente tanti che si fatica a contarli e a farli entrare in piazza San Giovanni. Il corteo dei lombardi e del Nord è partito dal Circo Massimo, pieno di gente neanche fosse la vittoria dell’Italia ai mondiali, e si è fermato davanti a un maxischermo gracchiante che rimanda le immagini di Silvio ma impedisce di sentire la sua voce. Mariastella Gelmini, la coordinatrice di Forza Italia in Lombardia, ne ha condiviso la sorte dalle nove ore di viaggio in treno fino all’impossibilità di vedere il loro leader: «Saremo stati almeno in centomila. È stata una mobilitazione spontanea impossibile da gestire. La gente è infuriata con Prodi e ha sopportato con pazienza persino il fatto di non riuscire ad arrivare in piazza San Giovanni. È un’ulteriore prova del fatto che Berlusconi è il leader incontrastato della Casa della libertà».
Davanti al Colosseo sfila Roberto Formigoni, che è riuscito a guadagnarsi un posto con vista palco. «Il discorso di Berlusconi è stato forte, come ci attendevamo, di opposizione non sguaiata». Il presidente della Regione si stringe nel giubbotto di pelle, non perde neanche una parola. Si guarda intorno: «C’è una marea di gente...». In molti lo riconoscono, una milanese trapiantata a Roma lo ferma: «Mi chiamo Noemi, ho studiato alla Cattolica come mia madre e noi la sosteniamo sempre».
C’è il vicesindaco, Riccardo De Corato di An, gli assessori Ombretta Colli («è una piazza meravigliosa»), Bruno Simini, Stefano Pillitteri di Forza Italia (che risale tutto il corteo armato di fischietto) e Massimiliano Orsatti della Lega, che contempla quasi sbalordito il numero di bandiere verdi che ondeggiano in piazza. De Corato ricorda la prima manifestazione del Polo, dieci anni fa: «Ero nella stessa piazza e oggi c’è molta più gente di allora. Il Nord ha dato un segnale di popolo, che testimonia come noi siamo la Vandea del centrosinistra. Le passeggiate di Prodi e Di Pietro non servono a nulla». De Corato fissa un’altra fotografia della giornata: «È stato emozionante passare davanti all’Altare della Patria e rendere onore ai caduti di Nassirya là dove un gruppo di balordi li aveva contestati».
Milanesi e lombardi sono arrivati in massa. «Un applauso alla mia Lombardia» li ringrazia Umberto Bossi dal palco. Loro rispondono con coretti e ovazioni. Tra bandiere e palloncini, una cinquantina di sindaci da Arcore a Castiglione delle Stiviere, poco distante l’assessore regionale alle Infrastrutture, Raffaele Cattaneo: «È la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che Forza Italia è un partito vivo, con enorme radicamento popolare e positivo. È gente allegra, non triste».
C’è una banda, che intona l’inno di Forza Italia e l’inno nazionale, cappellini blu con la scritta «No a finanziopoli», lumbard che gridano «secessione», bergamaschi che sfoggiano cartelli in cui Prodi è una specie di ubriaco ondeggiante («Va a ca’, bacioch») o un Pinocchio col cappello da somaro («Asen»). Al Circo Massimo brucano anche asini veri e si fa largo un carro trainato da quattro cavalli bianchi. I manifestanti di Gallarate offrono mortadella commestibile («Facciamolo a fette»), qualcuno cerca fortuna vendendo fischietti a un euro. Si rincorrono le bandiere, il responsabile della comunicazione azzurra, Massimo Zennaro, è avvolto in uno stendardo per il Tibet libero dai comunisti, un azzurro sfila sfoggiando stelle e strisce. Si leva un grido: «Finanziaria sinistra». E poi tutti in marcia a rincorrere Silvio.