Dentro la centrale che non inquina l’aria dei genovesi

Il complesso Enel dentro al porto apre le porte e svela i suoi segreti tra novità e ricordi del passato

Maria Vittoria Cascino

Sta nel porto che Genova si tiene in grembo. Dentro la città che a ripetizione ha puntato l'indice contro una centrale termoelettrica cresciuta fra il molo San Giorgio e l'ex Idroscalo. Ma Enel assorbe e converte. Sul piatto il miglioramento degli standard ambientali, la qualità del prodotto e la sicurezza dei lavoratori. Ieri la centrale ha aperto i cancelli. Per chiarire obiettivi strategici e inquadrare la governance ambientale. Per mostrarti le certificazioni ISO 14001 ed EMAS a ribadire la qualità delle attività svolte e il raggiungimento degli standard europei. Per dirti che non è loro la polvere di carbone che il vento di tramontana mulinava su Genova. Per comunicarti la riduzione del 20 per cento delle emissioni delle polveri sottili, tant'è che sul monitor leggi l'uscita di 5.8 mg per metro cubo a fronte d'un massimo di legge tarato sui 50. L'approccio è dimostrativo, la «fabbrica dell'energia» è lì per farsi traguardare.
Una foto immortala il principe Umberto di Savoia all'inaugurazione, 18 febbraio1929. «Allora la più grande d'Europa - spiega Andrea Campi, responsabile dell'impianto genovese -. Sulla calata c'è ancora il nome del consorzio Centrali Termoelettriche che la assemblò, il Concenter». Poi la ricostruzione nel dopoguerra grazie al piano Marshall. Poi l'ampliamento nel 1960 con la costruzione dell'unità da 160 megawatt, quella della ciminiera che a guardarla dal nono piano, spalle alla Lanterna, dà la misura del complesso. Poi la sterzata su ambientalizzazione e ammodernamento del 2003, la via nuova del no all'inquinamento. Trecento megawatt su tre unità (oltre 250 addetti per 47.000 metri quadri di struttura) ad alimentare Genova e provincia, con oltre la metà del totale investimenti destinata ad ambiente e sicurezza. «A garanzia è stato installato un sistema di misura in continuo delle emissioni - iega Campi -. Questo è anche il secondo impianto in Italia ad avere il filtro a manica che sfrutta filati di nuova produzione per filtrare il fumo prodotto dalla combustione». Campi fa strada in centrale. Con lui anche Antonino Ascione, responsabile dell'impianto spezzino, a vantare il primato di zero incidenti sul lavoro nel 2006. Perché l'altro fiore all'occhiello è il programma sicurezza. Stacchi l'audio e ti gusti quell'archeologia industriale che s'attarda sulla balconata liberty, sulle ringhiere in ferro battuto e corrimano in ottone, «da lucidare nelle grandi occasioni». Ma qui la storia è verticale, nell'allora t'innestano l'oggi. Una ruota appoggiata ad arte è un ingranaggio della movimentazione del carbone. Di fianco una parte di turbina pronta per la manutenzione. La patina ti frega, sa di perso nel tempo. Oltre la balconata però c'è la stazione elettrica che porta i 20.000 watt a 130.000. Turbine e alternatori a pieno ritmo. Sotto il ciclo dell'acqua demineralizzata e del vapore raccolto e riutilizzato, «con l'acqua di mare che entra da Calata Giaccone ed esce da Calata Concenter per condensarlo». Poi su al nono piano, quell'angolatura della Lanterna è l'altra faccia del porto. Sotto verso il mare tre depositi di carbone: «Ai lati ci sono i due della TRI. Il nostro è solo quello compattato - ecisa Campi -. La movimentazione è su nastri trasportatori e in tubi.Provvediamo a bagnarlo e rullarlo e a breve installeremo cannoni da neve che sparano una sorta di nebbia schermante sul carbonile». Sull'effetto-laccato nero chiudi gli occhi e li riapri nella sala manovra delle tre unità. Le consolle anni '50 sono manipolate da dieci uomini . L'anacronismo ti riporta agli impianti filmati dall'Istituto Luce: misuratori funzionanti come allora e monitor dell'ultima tecnologia convivono in un adattamento della specie dove l'innesto è su un progetto lontano in continua evoluzione.