Centrale del latte: altro rinvio

Pierangelo Maurizio

Dovremo aspettare fino al 19 dicembre per sapere se la Centrale del latte, attualmente di «proprietà» della Parmalat, è in realtà tuttora del Comune e quindi di tutti i romani. Venerdì scorso, data fissata per l’udienza di merito, il Consiglio di Stato - quinta sezione - ha rinviato il verdetto finale appunto al 19 dicembre. Motivo, pare, la mancanza di alcuni fogli del primo giudizio nel fascicolo arrivato davanti ai giudici.
Quello che si sa per certo è che sarà lo stesso collegio giudicante - presidente Santoro, relatore Buonvino - a decidere l’esito di una vicenda che ha anche risvolti politici delicati. La privatizzazione della Centrale, che fu approvata dal consiglio comunale, porta infatti le «firme» di due ministri del governo Prodi, Francesco Rutelli, allora sindaco, e Linda Lanzillotta, all’epoca assessore al Bilancio.
Non è il primo rinvio da parte del Consiglio di Stato sulla materia. Come ha ricordato nei giorni scorsi anche l’agenzia di stampa Dire, vicina ai Ds, il Comune è ricorso subito al Consiglio di Stato contro la sentenza del Tar che, fra l’altro, intimava entro 30 giorni al Campidoglio di «rinunciare con una formale delibera alla dismissione» dell’impianto o di «indire una nuova gara». Il 27 giugno il Consiglio di Stato, dopo aver affrontato la vicenda in camera di consiglio, aveva rinviato all’«udienza di merito». Quella fissata per venerdì 27 ottobre. Che però è stata rimandata al 19 dicembre.
Il Tar nella sentenza del 20 febbraio 2006 ha dichiarato illegittimo il silenzio-rifiuto con cui il Comune ha risposto alla diffida presentata dalla Latte Sano Spa - si badi bene - nel 2000. La Latte Sano Spa, assistita dall’avvocato Mario Sanino, diffidava il Campidoglio a dar seguito a una cessione viziata da palesi irregolarità. Il Tar su questo ha dato ragione alla Latte Sano, cui ha riconosciuto anche il diritto ad un forte indennizzo. Ma dietro l’apparente banalità di una schermaglia tra un’azienda e l’amministrazione capitolina, ha vergato una conclusione esplosiva: la vendita della Centrale è nulla.
È una delle (tante) stravaganze di questa storia: un’azienda privata, nel tutelare i suoi interessi, per l’accertamento della verità ha fatto quanto non hanno fatto le forze politiche. La vicenda è intricatissima, ma solo in apparenza. Nel ’97 il Comune cede per 90 miliardi di lire il 75 per cento della Centrale alla Cirio di Sergio Cragnotti. Il contratto prevede una clausola precisa: Cragnotti non può rivendere a terzi prima di cinque anni, pena l’annullamento del contratto e una penale pari al prezzo di vendita. Invece il patron della Cirio in crisi di liquidità nel ’98 vende per 183 miliardi all’Eurolat del gruppo Parmalat di Calisto Tanzi. A questo punto la Centrale avrebbe dovuto tornare al Comune, e senza che Cragnotti rivedesse indietro una lira. Invece no: il Campidoglio preferisce «transare», imponendo alla Cirio il pagamento di un obolo di un miliardo, poi aumentato a 15. Ed è per questo motivo che il Tar ha considerato nulla la cessione a causa del comportamento del Comune contrario ad ogni criterio di buona gestione.
Ora, per l’ennesima volta, si lascia ai magistrati sbrogliare la matassa. Il 19 dicembre il Consiglio di Stato dovrà mettere in modo chiaro la parola fine a questa storia. Il 19 capiremo se i tanti dubbi cominceranno a dissolversi.
pierangelo.maurizio@ilgiornale.it