Centrale del Latte, il Tar bacchetta Rutelli

«Violati i principi di correttezza e trasparenza amministrativa e la par condicio tra partecipanti»

Massimo Malpica

Tra i tanti capitoli del lungo governo della sinistra nella capitale, quello della privatizzazione della Centrale del Latte è certamente uno dei più imbarazzanti. Già solo da un punto di vista contabile l’affaire tanto voluto da Francesco Rutelli e Linda Lanzillotta fu un discreto disastro. L’azienda, dopo anni di gestione raccapricciante da parte del Campidoglio, che non mosse un dito per rientrare in possesso di crediti non riscossi per miliardi, venne svenduta nel 1997 per 80 miliardi di lire a Sergio Cragnotti. E, «girata» da questo alla controllata Eurolat, finì rapidamente insieme al resto del comparto latte di Cirio nelle mani della Parmalat di Calisto Tanzi per 180 miliardi. La generosissima plusvalenza permise all’ex patron della Lazio di ridurre in parte i suoi debiti verso Capitalia.
Quel brillante esempio di amministrazione illuminata è da anni al vaglio della magistratura romana, ma in attesa di capire gli eventuali risvolti penali della vicenda, e di individuarne i responsabili, su altre vistose anomalie di quella compravendita si è occupata anche la giustizia amministrativa. E ieri, a nove anni dalla cessione, il Tar del Lazio ha bollato come illegittimo il comportamento del Campidoglio governato da Rutelli in quell’occazione. Per il tribunale amministrativo, infatti, la procedura di privatizzazione della Centrale del Latte ha avuto «uno svolgimento non regolare». Il Comune di Roma, poi, è stato condannato dal Tar a risarcire, oltre alle spese legali quantificate in 30mila euro, anche il «danno emergente» (pari al 5 per cento degli utili di bilancio conseguiti nel 2000) alla «Ariete Latte Sano», una delle aziende che all’epoca erano interessate a comprarsi la Centrale ma che, pur partecipando alla gara, restarono a bocca asciutta.
La «Latte Sano» si era rivolta al Tar laziale nel 2000. Ai giudici amministrativi l’azienda aveva chiesto il riconoscimento dell’illegittimità del comportamento del Campidoglio di fronte alla sua richiesta, dopo l’esclusione dalla gara per la vendita della centrale, di annullarla e di indirne una nuova. Motivo dell’istanza della Latte Sano era il mancato rispetto di una clausola contrattuale da parte di Cragnotti. La Cirio, infatti, era vincolata a un lock-up quinquennale che impediva di rivendere prima la Centrale del Latte di Roma.
Come detto, invece, la Cirio molto prima del termine vendette Eurolat, e con esso l’azienda acquisita dal Campidoglio, alla Parmalat. Di fronte alla diffida della «Latte Sano», il Comune fece finta di niente, ignorando semplicemente la richiesta della società esclusa. Ora la sentenza del Tar del Lazio ha riconosciuto che «innanzi tutto il silenzio serbato dal Comune di Roma sulla diffida presentata dal ricorrente sarebbe illegittimo per aver avuto l’intera procedura di privatizzazione uno svolgimento non regolare (per violazione dei principi di correttezza e trasparenza amministrativa, nonché di affidamento e par condicio dei partecipanti) e per mancata persecuzione del pubblico interesse». Insomma, i magistrati amministrativi ritengono che il Campidoglio «avrebbe rinunciato a far valere come cogenti le clausole in materia di risoluzione automatica del contratto di compravendita», consentendo a Cragnotti di violare senza conseguenze la clausola dei cinque anni. Una chiara censura per le capacità di amministratore dell’attuale leader della Margherita. E se il Tar sancendo la nullità di quella cessione riconosce al Campidoglio la libertà di «adottare discrezionalmente i conseguenti provvedimenti (che non necessariamente potrebbero essere di indizione di una nuova gara, ma ipoteticamente anche di rinuncia alla dismissione delle quote della Centrale del latte)», impegna il comune «ad adottare un espresso provvedimento, coerente con quanto statuito con la presente sentenza di riconoscimento della nullità della procedura di aggiudicazione posta in essere». Per chi si è nutrito di pane e cicoria, l’intolleranza al latte proprio non ci voleva.