Centrale, le leggi non scritte per sopravvivere nella casbah

Clochard, spacciatori e prostitute si dividono il territorio E rispettano regole rigide: farsi i fatti propri, occhio a scarpe e coperte e pagare il «pizzo» per essere protetti

La stazione Centrale è un buco nero che ingoia la materia. Umana. La metabolizza e poi la risputa. E le vite, le storie, i cervelli, le età, persino i sessi, in breve si uniformano e si omogeneizzano. Stessi abiti informi e sporchi, stessa pelle rugosa e cotta da caldo e freddo. Stessi tic e manie. Stessa espressione. O meglio, stessa mancanza di espressione. Sguardi vuoti a inseguire il proprio fantasma. Di affetti, case e lavori persi. Con il dubbio che ci siano mai stati. Per questo non state ad ascoltare le loro storie: spesso sono ingigantite, deformate, immaginate, inventate di sana pianta.
La grande mamma
Ma a questo punto la Centrale da leviatano onnivoro e bulimico, è ormai diventato un rassicurante ventre materno. Qui insieme a cibo, coperte e vestiti distribuiti dai volontari delle diverse organizzazioni, ritrovi conoscenti, se non proprio amici, e un minimo di affettività. Anche quando litighi furiosamente. In una parola la propria dimensione, il proprio mondo da cui nessuno però sembra in grado di districarsi, come Laocoonte nelle spire del serpente. Di giorno si ciondola da una parte all’altra. Mendicando qualche moneta alle migliaia di viaggiatori. Nei grandi numeri, qualcosa si rimedia. E con quello compri le sigarette e il vino con cui stordirsi. Non danno fastidio. Sanno che c’è un codice da rispettare, infranto il quale la polizia non può più chiudere un occhio e interviene pesantemente. Ci sono orari, punti di riferimento, confini, regole ben precisi da rispettare.
Gli orari
Gli orari sono quelli della Centrale: fino all’una puoi entrare e uscire senza problemi, poi chiude. Allora gironzoli fino alle quattro e quando riapre ti cerchi un posto dove dormicchiare un paio d’ore prima dell’arrivo dei pendolari. Oppure ti trovi un posticino sotto i portici di via Vittor Pisani, da lasciare quando aprono negozi e uffici.
I riferimenti
I punti di riferimento sono il Centro di aiuto del Comune, ala ovest, piano terra, con compiti di osservazione, ascolto e «presa in carico» ai servizi sociali. Poi «Sos Centrale», promanazione della comunità Exodus di don Mazzi, gestito da Maurizio Rotaris, in un ufficio in piazza Amedeo di Savoia messo a disposizione dalle Ferrovie. Un porto di mare dove attraccano questi relitti. Per stare un po’ seduti, soprattutto d’inverno. Chiacchierare. Fumare una sigaretta. Quasi sempre di Rotaris. Farsi qualche telefonata a scrocco. Breve però. Qui, tra simili, ritrovano la loro normalità. Ridono, scherzano, si prendono in giro dandosi dei «randa» e dei «barba» l’un l’altro. Come al Bar dello Sport. Oppure il prefabbricato dei City Angels che ogni sera distribuiscono cibo, vestiti e coperte. E ogni sera è una sorta di assalto al «forno delle Gruce». Con in volontari in basco blu e giubbotto rosso che hanno il loro bel da fare per disciplinare la fila. Terminata la consegna dei pacchi gli «Angels» fanno il giro della stazione. Due chiacchiere con i vari personaggi, chiamati tutti per nome. Una rassicurazione sulle condizioni di salute di Tizio, un appunto sulle cose più urgenti di Caio. Poi c’è sempre l’ubriaco con il viso sanguinante a cui tamponare le ferite e puntellare al muro perché non ricaschi per terra.
I confini
Poi ci sono confini e comportamenti. Ce li spiega Ivano, volto segnato da 30 anni di strada, carcere ed eroina. «In piazza Duca d’Aosta gli ucraini ed in genere quelli dell’Est che vendono sigarette di contrabbando e sbrigano mille piccole commissioni. Come la signora che per 5 euro taglia i capelli. Sul lato sinistro di piazzale Duca d’Aosta i romeni che trafficano piccola refurtiva e vendono alcolici e birra, dall’altro lato i tossicodipendenti. In piazza IV Novembre gli africani. Vendono di tutto, dalla droga ai cibi cucinati dalle loro donne. Meglio perderli che trovarli. E nelle vie intorno le “schegge impazzite”. Gente di tutte le nazionalità, razze ed età».
Qui infatti si agitano donne vizze e barcollanti che si vendono per pochi spiccioli, uomini ubriachi, straffatti, sconvolti. I più pericolosi. «Ti danno una coltellata per un pacchetto di sigarette». E i sotterranei della stazione? No, quella è ormai una leggenda metropolitana. Sotto il maestoso edificio ci sono quattro livelli e fino a qualche anno fa veramente ci vivevano decine di persone. Come? «Facile da immaginare. Chi entrava dentro comunque - spiega ancora Ivano - poi non usciva più. Un mondo a parte. Poi le Ferrovie hanno assunto i vigilanti con i pastori tedeschi e sono stati cacciati. E adesso sono in pochissimi». Quasi tutti gli ingressi infatti sono sbarrati e bisogna sapere da che parte entrare. Sempre con il rischio che ti svegli il fiato caldo del cane che ti ringhia a pochi centimetri dal volto.
Le regole
«Infine - conclude Ivano - le regole da rispettare. Mai fidarsi di nessuno, per esempio accettare da bere qualcosa che non sia appena uscito dal bar. Potrebbe esserci del narcotico e ti risvegli senza quei quattro stracci che avevi addosso. Farsi gli affari propri, mai immischiarsi nelle beghe degli altri. Sapere chi comanda, chi protegge e chi è protetto. Anche qui ci sono le gerarchie da rispettare, le mafie, i piccoli capi-bastone. Che tu paghi, una parte del guadagno rimediato durante la giornata, il “pizzo” insomma, e a cui ti rivolgi se hai dei problemi».
Il futuro
Ora Grandi Stazioni sta ristrutturando l’edificio, studiando soluzioni per modernizzarlo e soprattutto per tenere distanti i «barba». «Ma questi non se ne andranno mai - spiega Rotaris - è il loro mondo, il loro ultimo punto di riferimento, non possono perderlo. Lasciateli qui, non fanno male a nessuno. Magari dateci uno spazio un po’ più distante dall’ingresso, in modo da poter continuare ad assisterli. Ma non mandateli via, si disperderebbero per la città. Per noi sarebbe più difficile aiutarli, per loro mantenere quel minimo di socialità che ancora difendono con i denti».
(2.Continua)