La centrale «verde» bloccata dagli ecologisti

La storia del nuovo impianto del Pollino alimentato da biomasse ma mai partito

Guido Mattioni

nostro inviato a

Laino Borgo (Cosenza)

«Rifiutarla è un peccato sociale». Domenico Graziano è un uomo pacato, ma quando parla di «lei», prima si intristisce, poi si ribella. Come un innamorato a cui abbiano rubato la fidanzata. La sua «lei» è la Centrale Enel del Mercure, a Laino Borgo (Cosenza), un angolo d’Italia verdissimo e bellissimo nel Parco del Pollino, a cavallo tra Calabria e Basilicata. Lui, responsabile d’esercizio e rappresentante sindacale della Fnle Cgil, ci è entrato da operaio semplice, 30 anni fa. Insomma, è casa sua. «Qui - dice - ho avuto la fortuna di conoscere i vecchi e poi di diventarne a mia volta la memoria storica». Per «lei», per non vederla morire d’inedia, bloccata dai sigilli della magistratura, è salito sulla ciminiera. E c’è rimasto fino quando gli hanno detto che se ne poteva riparlare. Ne hanno riparlato, è vero, ma ora l’impianto è di nuovo fermo in attesa di un dissequestro.
La storia - qualche passo indietro, per capire, bisogna pur farlo - è molto lunga e molto italiana, infarcita com’è di incongruenze e di interrogativi. Per esempio, perché mai negli anni 60 la vecchia Sme (Società meridionale elettricità) insediò una centrale a lignite (parente del carbone, abbondante in loco, ma molto inquinante) proprio in un simile paradiso? O perché nel ’91, quando fu costituito il Parco del Pollino, nessuno obiettò che vi venisse compresa anche la centrale, nel frattempo riconvertita a olio combustibile? O ancora - venendo a oggi - perché ora che il progetto Enel è di farla andare a biomasse, usando cioè fonti rinnovabili di origine naturale come il «cippato» (cascami della lavorazione del legno e della pulitura dei boschi) o la «sanza» (ciò che resta dalla spremitura delle olive), a opporvisi sono gli ecologisti? «Per alimentarla - spiega Fabio Menin del Wwf - dovranno essere segati 60mila ettari di alberi all’anno, magari in Amazzonia, visto che la Calabria non può fornire da sola il fabbisogno richiesto (300mila tonnellate annue, ndr)».
Infine, la domanda delle domande: perché a nessuno è mai venuto in mente di chiedere un parere ai diretti interessati, ovvero alla gente che qui ci vive? A uno, per esempio, come il nonnino che mi chiede un passaggio mentre arrivo in paese. Lui, che a ottant’anni suonati è andato di buon’ora, a piedi, a dare un'occhiata al suo orto, in una frazione più alta del paese, ricorda benissimo la polvere nera della lignite «che entrava nelle case e riempiva le soffitte». Ma aggiunge che oggi i posti di lavoro, da queste parti, hanno bisogno di qualcosa di più del sole e della pioggia, per crescere. E che eliminare quei pochi già esistenti sarebbe una follia.
Ma rileggiamo, in breve, la storia. Entrata in funzione come Sme nel ’65 con due sezioni alimentate a lignite e poi, una volta diventata Enel, a olio combustibile, la centrale del Mercure (dal nome del fiume che le scorre accanto) si è fermata in due fasi: nel ’93, con la disattivazione della sezione numero 2 e nel ’97 con l’arresto della numero uno. Si trattò di una scelta fatta anche altrove dall’Enel, fermando gli impianti non più convenienti per caratteristiche di resa, per impatto ambientale o comunque inadeguati ai tempi. «Impianti destinati, una volta messi in sicurezza - spiega Gaetano Starace, il dirigente responsabile del progetto di riconversione a biomasse - a essere utilizzati in “riserva fredda”, ovvero per sopperire di volta in volta alle esigenze della rete».
Una scelta non rinviabile, che ha portato i 150 dipendenti degli anni 60 alla quindicina di addetti attuali, quelli necessari a presidiare l’impianto. Scelta piaciuta poco alla gente, ai sindacati e alla politica. Che iniziarono a premere sull’Enel. Spingendola a questo ragionamento: «Qui ci vogliono ancora e noi abbiamo l’esigenza di aumentare la produzione di energia con fonti rinnovabili. Fonti che qui esistono, così come il sito, l’acqua e la linea elettrica. Con 50 milioni di euro possiamo riconvertire la centrale per farla funzionare a biomasse». In termini di occupazione: 130 persone in cantiere; un organico Enel, a regime, di 40 unità; e un indotto di 130 addetti.
Dopo le autorizzazioni necessarie, ultimate entro il 2003, e le demolizioni portate a termine entro gennaio 2004, nel giugno dello stesso anno viene aperto il cantiere, con una previsione di inizio esercizio a giugno 2005. Ma nel febbraio scorso scoppiano quelli che i lavoratori definiscono «disordini, disagi e turbative. I lavori erano quasi ultimati - dicono - quando sono saltati fuori quelli». «Quelli» sono i promotori del Co.S.A., ovvero il Comitato Salute e Ambiente. E nell’area della centrale spuntano sostanze nocive. Poca roba, qualche sacchetto da supermarket gettato lì, come fosse una discarica, quando l’impianto era fermo. Malvezzo stranoto a tutti, in paese. Ma oltre a rottami metallici, ci sono anche lignite, nichel e resti d’amianto. Quanto basta per bloccare tutto.
Inizia così una serie di sequestri, scavi, rilievi diagnostici, trivellazioni. Perfino un innocuo smottamento (promosso a «frana») in un punto della massicciata che delimita l’area di stoccaggio delle biomasse, diventa «disastro colposo o doloso» nell’ipotesi di reato. Arriva anche un esposto perché i tecnici, un giorno, per una emergenza, entrano nei locali sotto sequestro «senza rispettare le prassi previste dal giudice». Non potevano non farlo, spiegano, salvo far correre al Sud il rischio di black out.
«Intanto - racconta Starace - i nostri dipendenti erano stati messi in ferie forzate, mentre per i 130 delle ditte impegnate nel cantiere erano scattati cassa integrazione e licenziamenti», con conseguente ribellione delle maestranze, culminata nella simbolica occupazione della ciminiera. Protesta servita a qualcosa: la magistratura decide lo sblocco, i lavori riprendono, i tecnici possono fare le prove «in parallelo» e addirittura produrre, eccitati e felici, i loro primi 11 megawatt di potenza. La centrale, insomma, sarebbe pronta a funzionare. Ma il piazzale del deposito dove vanno stivate le biomasse è ancor oggi sotto sequestro. E senza deposito non c’è materia prima. E senza quella, niente energia.