Il centralismo delle Regioni frena la devolution

Antonio Belotti

Il centralismo statale ha fatto il suo tempo: il mito crolla sotto le esigenze della società moderna e anche la Francia, cui va il copyright della nostra organizzazione amministrativa, ha messo in atto una procedura di ampia revisione nel segno del decentramento dei poteri.
Eppure non basterà la riforma in senso federale della pubblica amministrazione per poter dire di aver risolto il problema. I vecchi vizi sono duri da combattere e spesso chi si oppone alla tirannia non lo fa per puro disinteresse.
Bisogna esaminare attentamente la «filiera» del potere centrale e locale: lo Stato sta per cedere qualche pezzo delle sue prerogative (per ora non un granché) a favore delle Regioni. Se e quando si riuscirà a varare un serio federalismo fiscale avremo un reale riassetto, dato che l’autonomia esiste solo se si hanno i quattrini per esercitarla; sennò continua a comandare chi tiene i cordoni della borsa. Ma scendendo per i rami si evidenzia il perdurante conflitto tra Regioni ed Enti locali, vale a dire Province, Comunità montane e Comuni.
Sono trent’anni che questi enti accusano di esser tenuti a pane e acqua dalle Regioni, che incassano i quattrini dallo Stato e poi li trasferiscono ingerendosi sistematicamente nelle scelte locali. La Regione non ripartisce i finanziamenti alle Province in base a parametri concordati; no, finanzia direttamente singole iniziative a richiesta, nei limiti e nei tempi che ritiene più consoni. Riproduce in sostanza un centralismo che umilia l’autonomia di scelta dei livelli di governo territorialmente inferiori. Capitava e probabilmente capita ancora di censurare una giunta comunale che paga feste di piazza e poi lesina i quattrini dell’assistenza agli anziani: avete ragione, obiettano gli amministratori, ma abbiamo solo impiegato i quattrini nella misura concessaci dalla Regione. Una ricerca di quattro anni fa indicava la Regione Emilia-Romagna come la più centralista in assoluto in quanto solita a trattenere l’87,8 dei finanziamenti statali. Seguivano la Lombardia con una percentuale dell’85,4 e il Piemonte con l’82 per cento.
Curiosa pure una stima del 2001 che valutava le risorse in procinto di essere trasferite dallo Stato dopo la riforma ulivista del Titolo V della Costituzione: alle Regioni il 76,4 per cento dei fondi, il 22,4 alle Province e un misero 1,2 per cento ai Comuni. Statistica curiosa perché il trasferimento di personale vedeva le Regioni destinatarie solo del 31,3 per cento, contro il 60 per cento delle Province e l’8,8 per cento dei Comuni. Si deduce che oneri e fondi seguono criteri disomogenei. È chiaro che le Regioni assorbono una cospicua parte dei finanziamenti trasferiti dallo Stato in quanto debbono mantenere le proprie strutture, la propria burocrazia. E questo è un autentico abuso, un vero e proprio scandalo che si perpetua grazie all'acquiescenza degli organi di controllo. Il vecchio articolo 118 della Costituzione è assolutamente chiaro in proposito: «La Regione esercita normalmente le sue funzioni amministrative - recita il terzo comma - delegandole alle Province, ai Comuni o ad altri enti locali, o valendosi dei loro uffici».
È chiaro che il legislatore costituzionale aveva pensato le Regioni come sale di regia, organi di legislazione e di programmazione di sintesi e non come strutture amministrative operanti in proprio. Viceversa quel centralismo partitico che per propria convenienza ha difeso analoga struttura statuale si è riprodotto a livello locale tradendo un razionale assetto amministrativo che avrebbe evitato strutture burocratiche parallele.
Oggi non solo le sedi delle Regioni sono più ampie dei ministeri ma addirittura si arriva all’assurdo di finanziare in ogni capoluogo di Provincia la costruzione di uffici regionali decentrati anziché delegare alle Province o utilizzare il loro personale e i loro uffici. Qui emerge una precisa linea di spreco che si configura come vero e proprio abuso giuridico, del resto facilmente riscontrabile in quella assurda politica di prestigio che ha indotto le nostre Regioni ad aprire addirittura sedi di rappresentanza all’estero, da Bruxelles a New York e perfino a Shanghai o Pechino.
Si dirà che si tratta di affiancare le nostre imprese: sì, ma questo fino a prova contraria è compito delle Stato che già finanzia in proprio una rete diplomatica e consolare. Se non funziona la si fa funzionare, ma è assurdo che le Regioni pretendano anche qui di costruire strutture che operano in parallelo raddoppiando i costi.
Poi si capisce perché ogni tanto qualche buontempone se ne esca con la proposta di razionalizzare l'assetto delle nostre strutture amministrative togliendo di mezzo Province e Comunità montane. Ma le prime sono riferite per vocazione ad un ambito territoriale ideale per la gestione di servizi come strade, scuole, acquedotti, smaltimento rifiuti, reti insomma che traggono beneficio economico da una scala sovraccomunale. Quanto alle Comunità montane spesso hanno ben operato in direzione dell’accorpamento di piccoli Comuni di montagna scarsamente idonei per la loro modesta dimensione a corrispondere alle esigenze di servizio e di assistenza di cui abbisogna la gente di montagna.
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