Centri sociali, chi non ha il permesso chiude

Emendamento 660. Un numero che i consiglieri regionali dell’Unione non dimenticheranno facilmente, perché è come dire il 5 maggio per l’Inter o la «tragica» notte del 29 maggio 2005 a Istanbul per il Milan. Di sicuro il fallimento del filibustering a oltranza, quello con cui le sinistre avrebbero voluto ritardare il più in là possibile (e, magari, sfiancare la Cdl) l’approvazione della nuova legge urbanistica della Lombardia, della quale non riescono proprio a digerire due delle 20 modifiche volute dall’assessore leghista Boni: quella sulle autorizzazioni comunali all’apertura di luoghi di culto (modifica mirata ad impedire la proliferazione di moschee), e quell’altra sull’abbassamento da 5 a 3 degli anni di salvaguardia del territorio da possibili edificazioni (che, secondo l’Unione, andrebbe a favorire «interessi privati» di terzi).
Bene, ieri pomeriggio a quelle due modifiche se n’è aggiunta una terza, inaspettata e, a maggior ragione, doppiamente gradita dal centrodestra, visto che è stata un regalo vero e proprio servitole dall’opposizione: quella che, d’ora in poi, vincola all’autorizzazione delle amministrazioni civiche l’apertura dei centri sociali. E chi non possiede quell’ok non apre o, addirittura, chiude. Non solo: non potranno essere più aperti nemmeno circoli culturali trasformati poi in qualcos’altro (moschee appunto).
Autore del clamoroso autogol il consigliere dell’Italia dei valori, Stefano Zamponi, che all’interno degli 860 emendamenti presentati dall’Unione ci ha inserito pure questa richiesta, che all’interno del centrosinistra sostengono gli sia stato poi chiesto di ritirare. Zamponi se n’è dimenticato e quell’emendamento è andato ieri in discussione in aula. Silvia Ferretto di An prima ha chiesto semplicemente di sottoscriverlo, poi - quando Zamponi l’ha ritirato -, lo ha fatto proprio. A quel punto l’Unione, accortasi di cosa stava per accadere, ha cercato di riprendere in mano la situazione: prima, mettendo in guardia la maggioranza dal votarlo «perché - come ha cercato di spiegare il ds Mirabelli - molti centri sociali offrono assistenza ad anziani e diseredati», poi passando, col consigliere di Rifondazione Muhlbauer, persino agli insulti («razzisti, fascisti, fate schifo!»). Ma non c’è stato nulla da fare: l’emendamento 660 è stato votato e approvato con 35 voti favorevoli e 20 contrari, nel tripudio della Cdl.
«Dopo le nuove norme sui phone-center e i luoghi di culto, i sindaci lombardi sono ora nelle condizioni di poter decidere cosa fare di questi luoghi spesso fuori regola», ha commentato Davide Boni, che ha definito poi questo regalo delle sinistre «come il secondo gol dell’Italia al Ghana. Oltre che una risposta al neovicepresidente della Commissione giustizia della Camera, Daniele Farina: gli chiuderemo il Leoncavallo».
«Nella foga ostruzionistica - ha aggiunto il capogruppo di Fi, Giulio Boscagli - l’Unione ha prodotto centinaia di emendamenti inutili e surreali chiedendo di sottoporre a concessione dai sexy-shop alle salumerie. L’unica proposta sensata l’abbiamo accolta. Chi la fa, l’aspetti». E col capodelegazione Corsaro, An ha sottolineato che «la sinistra ha messo fine da sola alle okkupazioni: con un emendamento del genere hanno sfondato una porta aperta, ma di sicuro un’autorete così non l’avrebbe fatta nemmeno Niccolai».
E la sinistra? I Ds hanno subito voluto chiarire che «quello non è un emendamento del centrosinistra, ma di Zamponi», quindi hanno parlato di «legge-manifesto dell’urbanistica». Legge che, martedì prossimo, arriverà finalmente in dirittura d’arrivo.