Il centro che serve all’Italia

È sconcertante come intellettuali del calibro di Angelo Panebianco, Ernesto Galli della Loggia, Edmondo Berselli, Marcello Veneziani ed altri ancora discutendo dell’argomento del giorno, il grande centro, non vedano ciò che è sotto gli occhi di tutti. L’Italia è l’unico grande Paese europeo a non avere una sinistra di stampo socialdemocratico capace di essere un partito di massa. Dalla Francia alla Germania, dalla Spagna al Portogallo, dall’Austria alla Svezia c’è una sinistra socialista che quando perde le elezioni ha il 37-38 per cento e quando le vince ha il 42-43 per cento. In quei Paesi c’è, insomma, un grande partito di massa con una cultura politica di riferimento che è quella del socialismo riformista capace di essere il perno forte di un’alleanza di governo di volta in volta con comunisti o con ambientalisti. In Italia gli eredi del vecchio Pci di Berlinguer, i democratici di sinistra, si trovano oggi tra le mani un partito del 17-18 per cento, meno della metà dei tanti cugini europei. Chi è che in Italia si interroga sul perché di questa anomalia che fa del nostro Paese l’unico a non poter essere governato da un Partito socialista? Nessuno. Se ieri la presenza del più grande Partito comunista impediva alla sinistra di andare massicciamente al governo del Paese, oggi siamo a 16 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dallo sgretolamento del comunismo internazionale e la sinistra invece di crescere si è frantumata e si è ridotta, nel suo complesso, della metà rispetto agli anni Ottanta quando il Pci di Berlinguer e il Psi di Craxi avevano insieme il consenso del 46 per cento degli italiani. Tenteremo di rispondere noi a questa domanda dopo aver parlato della destra italiana da sempre ridotta a poco più di una «enclave» del 4-5 per cento che ha raddoppiato i suoi consensi in questi anni solo dopo la scomparsa della Democrazia cristiana. La Lega, infine, è un partito regionalista chiuso in tre-quattro regioni che nelle ultime elezioni politiche non ha raggiunto neanche il 4 per cento. La sua vitalità, peraltro, è strettamente legata alla figura di Umberto Bossi e alla sua capacità di guidarla. Una destra, dunque, largamente minoritaria nella storia politica del Paese, e una sinistra socialcomunista che nel suo complesso non raggiunge il 25-28 per cento dei consensi. Veniamo, ora, alla prima domanda, sul perché, cioè, in Italia non c’è un partito di destra di massa come quello dei conservatori inglesi ed è scomparsa quella sinistra di massa che in altri Paesi è capace pure di essere alternativa di governo. La risposta sta tutta nelle rispettive identità. O, per meglio dire, per la destra gioca negativamente l’identità antica che nell’immaginario collettivo non è stata superata dalla cosiddetta svolta di Fiuggi. Non basta denunciare le proprie radici fasciste e prenderne giustamente le distanze, insomma, se poi non si costruisce, in positivo, una nuova cultura capace di trasformarsi in un partito conservatore, democratico e liberale. E questo nel caso di Alleanza nazionale non è avvenuto come dimostra il consenso che raccoglie. Nel caso della sinistra, invece, è accaduto l’inverso. Da dieci anni, dopo il fallito tentativo del binomio D’Alema-Amato, il Partito dei democratici di sinistra non ha più una identità definita. Non sono più comunisti, non vogliono essere socialisti e si definiscono riformisti. Troppo poco per una identità di un partito che vorrebbe essere un partito di massa. Il riformismo non è un’identità culturale politica come non lo è il moderatismo invocato da Casini ed è per questo che la sinistra annaspava ieri nella ricerca di una terza via che non c’è e oggi alla ricerca di un partito riformista che può essere solo un prodotto di laboratorio. Se così stanno le cose, se cioè abbiamo una destra minoritaria e una sinistra frantumata e portatrice di una ambigua identità nel suo complesso, il tema del grande partito di centro non è una nostalgia del passato ma è una questione centrale per il futuro del Paese. Ma anche per il partito di centro si pone drammaticamente il tema della identità. Ha ragione Sandro Bondi quando dice che Forza Italia è un partito di centro. Lo è, ma la sua identità è troppo legata al profilo del suo leader tanto che oggi raccoglie solo il 20 per cento dei consensi (la metà dei cugini centristi europei) senza che, peraltro, si sia avviato quel processo politico che fece in Francia del gollismo un movimento politico capace di sopravvivere a Charles De Gaulle. E infatti sopravvisse. Anche per il centro, dunque, si pone il problema delle identità posto che tutti gli altri partiti di centro, da Casini a Marini, da De Mita a Mastella pur affermando le proprie radici democratico-cristiane, rifiutano per l’oggi quella identità. Si dà il caso, però, che il centro politico in Europa in larga parte si identifica con i democratici cristiani. È il centro democratico cristiano che ha guidato il miracolo spagnolo nel dopo Franco, e sempre il centro democratico cristiano che ha riunificato le due Germanie e si appresta a vincere in quel Paese le prossime elezioni. E così è in Austria, così è in Belgio, e così è in tanti altri Paesi europei. E così è stato per quarant’anni in Italia quando il Paese è cresciuto sino ad entrare nel novero dei Paesi più industrializzati del mondo. Se i nostri intellettuali e più ancora i nostri leader politici non partono da questi dati di fatto e non avviano un processo ad un tempo di ricomposizione politica e identitaria non riusciranno a fare dell’Italia un Paese politicamente normale. La democrazia dell’alternanza, infatti, non può essere affidata ad un bipolarismo straccione fatto di otto-dieci partiti per ogni schieramento e per giunta senza volto e senza anima.