Centro d’interessi

La foto è un capolavoro: ritrae tra i banchi della Camera Casini che contorce le labbra, e accanto a lui Mastella che l'ascolta, lo sguardo perso da casalingo traviato, il pollice in puntamento sul naso. Fosse tutto lì il Centro: nelle smanie di un'anima in vanità ansiosa, tra le ultime furbate irpine, ci sarebbe davvero da sorriderne. Invece la rottura preordinata di Casini s'incastra con altri due sintomi, che la dovrebbero forse far giudicare altrimenti. È simultanea anzitutto alla complicità esibita tra D'Alema e presidente di Confindustria alla Fondazione Italiani Europei. Il loro patto per la crescita non è infatti conciliabile con la sinistra estrema, o solo pazza al governo. E poi arriva puntuale pure il sondaggio del Corriere della Sera.
Come hanno dimostrato le elezioni, questi sondaggi sono perlomeno disputabili. Tuttavia una loro funzione, rivelatrice, ce la hanno. Come potrebbe altrimenti affermarsi che il grande Centro può attrarre un italiano su tre, oggi, quando l'Italia mai è stata così divisa in due come adesso? Altro sintomo evidente: il gesto dell'Udc ha, per così dire, i suoi azionisti; come il Corriere. Ecco spiegato forse perché Casini ha lasciato salire Fini, da delfino, sul palco di Piazza San Giovanni. Deve aver calcolato d'affidare la sua carriera a un gioco, che non dipende o s'affida solo a Mastella. Una costellazione di forze già lavora per un qualche, anche se non facile, dopo Prodi.
Perché Lei se le immagina, lettore mio, queste superiori morali di Mastella e Casini; improbabili già nei nomi? Altro che i valori di centro. Quelli veri sono interessi industriali e bancari, azionisti, in conflitto o no, del governo, e ai quali subito il nostro democristianume si sta adeguando. Infatti pure Palazzo Chigi, vista la minaccia, agisce: inizia a muoversi su Alitalia, tetti di voto delle fondazioni bancarie, e Popolari. In breve ne dedurrei che, dopo la prima ondata di tasse e immigrati, se ne stia preparando una seconda diversa ma utile agli azionisti non comunisti del governo. Inoltre qualche voto in più di Casini può servire. E intanto si riprendono a reclamare sfide, sempre altrui, e globalizzazioni. Parole utili finora solo a deprimere quella maggioranza di italiani che, prima dell'entrata in voga dei discorsi sulle sfide globalizzanti, se la passava molto meglio, contenta della propria dignità.
E del resto questo verosimile scenario non rende ancora più evidente che la sinistra è una parola che non ha più senso? È ormai solamente il nome di forze livellanti, meccaniche. Che l'automatismo egualitario compiaccia i tarantolati che sfilano elogiando quel finto eroe che fu il Che, o invece ci globalizzi compiacendo i ricchi tra scarpine alla inglese e barche a vela, ma che differenza fa? E tuttavia la ipocrisia di questa sinistra lascerebbe opportunità enormi a una destra che s'applicasse per fare il bene dell'Italia. E quindi ripensasse la Ue, che non può essere quella della Costituzione bocciata dai referendum o della burocrazia inetta di Bruxelles, o di un euro come questo. E reagisse a una Cina, drogata dalla moneta facile e dal tasso di cambio e dalle copie. E imponesse meno immigrati; perché troppi sono serviti solo a diminuire produttività, e salari. E al regime di tasse della finanziaria replicasse con un proprio disegno comunitario e cristiano. Proponendo più sussidiarietà, meno Stato, e il lavoro premiato nei suoi moventi fraterni: eccolo il Centro cristiano. Altro che le gesta di Casini o Mastella, e dei loro eventuali azionisti, buone solo per mutarci più velocemente in plebi globalizzate senza più cuore e centro.