Dal centrodestra un altolà al governo

Alessio Garofoli

da Roma

Se praticamente tutto il centrosinistra, pervaso da un nuovo amore per le missioni internazionali, non vede l'ora di mandare i nostri soldati in Libano, mentre il centrodestra si accoda ma dimostra perplessità, qualcosa non torna. Il paradosso deriva dal fatto che ancora non si sa con certezza cosa dovranno fare laggiù le truppe dell'Unifil. E in mancanza di chiarezza, ognuno vede nella risoluzione 1701 ciò che vuole vedere. Per questo la Cdl aspetta compatta il passaggio in Parlamento con cui il Governo dovrà riferire sulle modalità operative della missione. Dopo il voto in commissione Pier Ferdinando Casini, rivendicando una scelta «coerente con l’impegno dell’Italia», gongola per il consenso bipartisan alla risoluzione delle commissioni Esteri e Difesa, in cui vede la dimostrazione «che non siamo un piccolo Paese, ma un grande Paese che sa assumersi le sue responsabilità». Molto diverso il parere di Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore di Fi, secondo il quale le commissioni sono state convocate «al buio», perché se, come sembra, nessuno vuol prendersi l’onere di disarmare le milizie sciite, la missione sarà inutile. Gianfranco Rotondi dice che «all'ombra di questa maggioranza regna sovrana la confusione. Ma è importante che, almeno apparentemente, il governo si sia mostrato coeso sulla missione in Libano, altrimenti il rischio di perdita di credibilità del Paese sarebbe stato alto». Rischio che tuttavia permane, secondo il leader della Dc, perché non sono stati ancora definiti tutti i particolari e le regole della partecipazione italiana: «L'incolumità dei soldati italiani è prioritaria all'impegno in quelle zone, così come la lotta la terrorismo senza se e senza ma, e il sì della Dc si misurerà proprio su queste priorità». Altra questione spinosa, quella sul come e perché i soldati potranno sparare. La sicurezza del nostro contingente preoccupa anche Salvatore Cicu (Fi), che si chiede a cosa sia dovuta la solerzia con cui il governo Prodi prepara l'invio delle truppe su uno scenario dove regnano ancora incertezza e potenziali pericoli. «Sarebbe più utile e ragionevole prevedere un primo immediato invio di alcune decine di nostri militari - continua Cicu - che possano prendere atto della situazione e fare una valutazione sul campo prima dell'arrivo del grosso del contingente». Alfredo Biondi, presidente del consiglio nazionale di Fi, sottolineando il comportamento responsabile che la Cdl, a differenza di quanto fece l’Unione nella scorsa legislatura, sta adottando sulla politica estera, avverte che il voto in Parlamento potrà esserci solo dopo che l’Onu avrà reso noto «quali sono le regole di ingaggio del contingente internazionale, chi ne debba assumere il comando e chi dovrà assumersi l'incarico di disarmare gli Hezbollah». Anche Gianfranco Fini, non nascondendo il carattere istituzionale del via libera da parte del centrodestra alla missione, mette l’accento sui tanti dubbi che ancora aleggiano sulla nostra presenza a sud del fiume Litani. Dubbi, targati Nazioni Unite, che derivano dal parto sofferto con cui è nata la risoluzione 1701. «Il governo in questo momento non sa, non sappiamo se i francesi invieranno davvero solo 200 uomini, se ci saranno o no truppe dei Paesi della Lega araba, se il governo libanese chiederà il disarmo di Hezbollah» conclude Fini. Quel che si sa è che l’Olanda non sarà della partita, mentre la Danimarca si limiterà a inviare una corvetta per impedire lo sbarco di armi. Gli unici ad astenersi nell’opposizione - a Palazzo Madama l’astensione vale come voto contrario - sono stati Pietro Rao del Movimento per le autonomie, l’ex presidente del Senato Marcello Pera e il senatore leghista Sergio Divina (quest’ultimo sul secondo punto del dispositivo). Roberto Maroni ritiene che così facendo il Carroccio abbia evitato di firmare al governo una cambiale in bianco, tanto più che votando sì alla risoluzione si sarebbe precluso la possibilità di bocciare successivamente il decreto legge.