Il centrodestra serra i ranghi e fa pressing sul Quirinale

Fini: "Con questa legge ci presenteremo insieme". Calderoli: "Puzza di bruciato a Palazzo Madama". Casini: "No a un governo istituzionale"

Roma - Il governo, ormai allo stremo, si dibatte in un estremo tentativo di sopravvivenza. E il centrodestra serra le fila per affrontare la prova del Senato con la più tenace coesione. Il lavorio è frenetico. I contatti continui. Un filo diretto attraverso il quale i leader dell’opposizione continuano ad analizzare forme, modi e sbocchi della crisi. Ma soprattutto passano le dita sul pallottoliere per tentare di capire quale sbocco avrà il voto di fiducia di domani al Senato.

La parola d’ordine è prudenza. Certo ci sono quelli che manifestano l’assoluta certezza che questo passaggio sia davvero troppo stretto per il governo Prodi. E quelli che continuano a indossare i panni di San Tommaso e a insistere sul più classico: «Se non vedo, non credo». In ogni caso tutti sono consapevoli che se Prodi ce la farà, ciò avverrà soltanto grazie alla stampella dei senatori a vita, attraverso una fiducia residuale e zoppa. E quindi, a scanso di equivoci, alzano il pressing sul capo dello Stato affinché respinga il ricorso a nuovi «escamotage».

«Napolitano, nel febbraio scorso, ha detto che i senatori a vita non possono essere computati nei voti per una maggioranza politica. Vi pare che possa dimenticare ciò che ha detto pubblicamente o possa aver cambiato idea?» dice Gianfranco Fini. «Tanto più che mentre nel febbraio 2007 la crisi fu frutto di un incidente di percorso qui siamo di fronte a una crisi politica con l’Udeur e la sinistra radicale rappresentata da Turigliatto». Che l’asticella sia in bilico risulta evidente anche dalle parole pronunciate da Roberto Calderoli: «Al Senato si sente puzza di bruciato e prima di vendere la pelle dell’orso bisogna prima catturarlo: e Prodi è un orso che ha dimostrato di avere più vite di un gatto. Mi auguro che tutti i segretari dell’opposizione vigilino attentamente sui loro senatori».

Quel che è certo è che, se il responso di Palazzo Madama si trasformerà in una sentenza di morte per il governo, non ci sarà alcun tentativo di percorrere formule inedite. Il centrodestra si ritroverà sotto le tradizionali insegne e scenderà in campo nella sua formazione tipo. Lo dice apertamente la Lega. E lo ribadisce Fini: «Con questa legge elettorale non c’è dubbio che ci presenteremo uniti. Andremo tutti insieme come alleati e con Berlusconi candidato premier».

Vanno evaporando con il passare delle ore anche le incognite sull’atteggiamento che verrà adottato dall’Udc nel dopo Prodi. «Non appoggerei un governo istituzionale oggi, nelle condizioni date - precisa Pier Ferdinando Casini -. Io ho detto che all’Italia serve, e sono convintissimo di questo, che prima o poi si faccia una grande coalizione come quella tedesca, non a caso il dialogo tra Berlusconi e Veltroni è andato in questa direzione, perché le persone più responsabili si rendono conto che in Italia rischiamo veramente di andare in serie zeta». Quanto alla futura leadership di Berlusconi, Casini replica secco: «Ogni giorno ha la sua pena, speriamo intanto che se ne vada Prodi. Ormai le urne sono dietro l’angolo. Io credo che Prodi dovrebbe salire da Napolitano anche se ottenesse la fiducia. Certo se rinunciasse ad andare al Senato e prima si recasse dal capo dello Stato, si creerebbe una situazione diversa».

Le vie del centrodestra, insomma, si vanno riunificando. Tanto più che il valore aggiunto della navigazione in solitaria non sembra poi così forte. Un sondaggio realizzato da Ipr Marketing per SkyTg24 e illustrato durante il programma «Controcorrente» mostra, infatti, che se il Partito democratico si presentasse con l’Unione

prenderebbe il 22% e salirebbe al 30% se andasse da solo. Il Popolo delle libertà si attesterebbe, invece, al 26% insieme alla Cdl e al 30% correndo sotto le proprie insegne. Il vantaggio per la nuova creatura politica di Silvio Berlusconi, insomma, sarebbe del 4%. Un dato che conferma la necessità di tenere unita la coalizione per evitare di riaprire la partita elettorale.