Il centrodestra sfida il premier a toccare gli interessi forti

Casini (Udc): «Finora se ne è tenuto alla larga». Fini: «Sui taxi bastava liberalizzare l’orario»

Fabrizio de Feo

da Roma

La Casa delle libertà continua la ricerca di una posizione comune sul decreto Bersani. E dopo l’iniziale sbandamento corregge il tiro e punta il dito sulle tante incongruenze di un provvedimento considerato «asimmetrico» e «a doppio taglio». Quelli che leggevano nella misura la sincera volontà di introdurre una ventata di liberalismo si sono ormai in buona parte ricreduti, una volta valutate le conseguenze reali del decreto. Al contempo si rafforzano le voci di coloro che leggono nel provvedimento il desiderio di infliggere una randellata sulla testa di categorie deboli e poco tutelate dai sindacati.
L’Udc mantiene una posizione di attesa. Il timore che i centristi coltivassero soprattutto la volontà di smarcarsi dalla linea scelta dagli alleati è ora più sfumato rispetto a qualche giorno fa. E se Lorenzo Cesa fa sapere che il partito di Via Due Macelli sta valutando se votare a favore del decreto («Abbiamo ricevuto il testo, ora lo affronteremo nel dettaglio. L’iniziativa ha la sua validità anche se il metodo è errato perché andavano ascoltate le categorie»), Pier Ferdinando Casini sfida il governo ad alzare il tiro e a procedere a liberalizzazioni a tutto campo. «L’opposizione aspetta il governo alla prova dei fatti sulla competitività ma dai primi passi con il decreto Bersani emerge una tendenza a prendersela con i più deboli. Noi non siamo un’opposizione pregiudiziale ma dire questo non vuol dire che siamo un’opposizione disponibile a fare sconti. Noi non facciamo sconti al governo, non siamo ai saldi di fine stagione. La stagione è appena iniziata, per cui il nostro compito è pungolare il governo» dice il leader dell’Udc. «Io non vado a fare le manifestazioni con i tassisti in piazza, né oggi né domani: ma sfido il governo ad andare avanti e a toccare gli interessi forti».
Casini invita la maggioranza a occuparsi anche dei cosiddetti interessi forti: «Fino a questo momento ne sono stati molto alla larga». Riguardo alle agitazioni di alcune categorie interessate dal provvedimento, come quella dei tassisti, per il leader dell’Udc «una classe politica seria non si spaventa di fronte alle proteste: se è convinta delle sue ragioni, le sostiene. Si deve andare verso le liberalizzazioni con più decisione, e naturalmente questo significa affrontare i nodi veri. Penso al tema dell’energia, al tema dei servizi pubblici locali. Su queste grandi liberalizzazioni noi aspettiamo il governo all’appuntamento».
Il livello di critica al decreto Bersani sale con il giudizio emesso da Gianfranco Fini. «Era sufficiente liberalizzare l’orario di lavoro dei tassisti» dice il presidente di An. «Pensiamo che la categoria sia cosciente che una liberalizzazione è utile - aggiunge - ma è paradossale che Bersani lo abbia capito dopo due giorni di protesta. Poteva anche risparmiarsi l’affermazione: le regole non si concertano». Fini fa sapere che An «sta valutando» il provvedimento «anche con una serie di incontri con le categorie interessate. Al termine di questi confronti presenteremo un pacchetto di emendamenti non ostruzionistici ma di merito. I tassisti - prosegue Fini - hanno ragione quando dicono che dalla sera alla mattina la loro licenza è diventata carta straccia, una licenza che a loro è costata. C’è un danno patrimoniale enorme». Ancor più netto Maurizio Gasparri. «Nella vertenza dei taxi il governo è stato arrogante, credo invece sia giusto confrontarsi. Mi sembra sconcertante da parte di Bersani dire che sulle regole non si concerta. Perché non lo dice alle coop e ai sindacati?». Secondo l’esponente di An «non si possono dimezzare gli stipendi di una categoria. Bisogna discutere. Certo gli atti di violenza vanno condannati ma la prevaricazione del governo è gravissima».