CENTROSINISTRA IN CRISI

RomaFughe, tensioni, sospetti, mal di pancia. La cronaca del percorso di definizione delle candidature alle elezioni amministrative (ed europee) del Partito democratico assomiglia a un giallo di Agatha Christie: quando si è certi di aver individuato il colpevole (cioè il candidabile) accade un imprevisto che cambia le carte in tavola. Alla fine, il responsabile potrebbe pure essere individuato nel segretario Franceschini. Ma fino a che punto dipendono dalla sua leadership le beghe interne? Più facile riassumere il tempestoso corso degli eventi per aree geografiche anche se il quadro rimane pericolosamente desolante.
Nord. A Milano il vicepresidente della Provincia Alberto Mattioli ha organizzato un convegno invitando il collega Rutelli, il pidiellino Maurizio Lupi e il segretario Udc Pier Ferdinando Casini. Tra le righe, ma neanche tanto, si leggeva che «i cattolici nel Pd sono a disagio»: un bel modo di iniziare la campagna per le provinciali. A Bologna non va meglio. Alla gioia di Romano Prodi nel vedere che attorno al candidato sindaco Flavio Delbono si è ricompattata la vecchia Unione fa da contraltare la lista degli Ottanta. Si tratta di manager e intellettuali bolognesi capeggiati dal professor Massimo Bergami, da Filippo Andreatta e da Paolo Onofri, scontenti del quinquennio cofferatiano. L’intento è organizzare una lista civica a supporto di Delbono, ma la possibilità che queste eminenti figure sottraggano parecchi consensi al Pd delegittimandolo allarma e non poco il segretario cittadino De Maria.
Centro. Il nuovismo del candidato sindaco di Firenze, Matteo Renzi, è oggetto di un fuoco incrociato. Da una parte l’esponente cattolico vorrebbe attrarre verso l’Udc, ma la sinistra (radicale e del Pd) non gli perdona il tentativo di riequilibrarsi al centro. L’ex vicesindaco Graziano Cioni, forte di molti voti ex-Pci, ha già organizzato la fronda. E poi ci sono gli apparati interni da soddisfare: basti pensare che su 46 posti in lista disponibili per il Pd le richieste sono state 112. Anche per questo Renzi vorrebbe moltiplicare le civiche di appoggio: lo scontento gioca tutto a favore di Giovanni Galli. C’è pure il caso-Ancona: una vicenda ai limiti dell’incredibile. Dopo le dimissioni dell’uscente Sturani il Pd ha puntato su Gramillano, vincitore delle primarie, ma gli scontenti sono parecchi. Due i candidati di disturbo a sinistra: l’ex sindaco ed ex parlamentare Renato Galeazzi e l’esponente della ex sinistra diessina Eugenio Duca. Al «liberi tutti» manca veramente poco.
Sud. In Campania, invece, il «rompete le righe» è una realtà. Mentre il commissario napoletano Enrico Morando si sta dannando l’anima per ricompattare un po’ di consenso attorno al candidato alle provinciali Gino Nicolais, a Salerno il sindaco De Luca sbotta: «Come Pd siamo impresentabili e non meritiamo il rispetto della gente». Non è proprio il migliore degli inizi per la campagna elettorale. Ad Avellino è psicodramma: i bassoliniani esclusi meditano vendetta, i demitiani hanno già stretto un accordo con il Pdl, Sinistra democratica ha già annunciato che sarà fuori dalla coalizione. E alcuni piddini stanno già trasmigrando nell’Udc. In Puglia il protagonismo dei vendoliani mina nelle fondamenta la base del Pd: l’obiettivo sono le europee, ma i dissidi interni potrebbero compromettere la tenuta nelle provinciali di Bari, Lecce e Brindisi.
Europee. Al timore di non raggiungere il tetto del 25 per cento, si aggiungono i tanti «no» che il Pd ha dovuto incassare dai candidati più forti. Gli ultimi sono il sindaco di Padova, Flavio Zanonato, e l’ex ministro dell’Interno, Enzo Bianco.